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Dopo la votazione di ieri alla Camera, il governo Conte II resta sospeso in attesa del voto al Senato che si terrà in serata. Al netto delle contrattazioni politiche per la ricerca di “responsabili” che possano sostituire i voti dei renziani che si sono sfilati dalla maggioranza, ci sono anche dei nodi costituzionali da sciogliere. Formiche.net ne ha parlato con Vincenzo Lippolis, docente di Diritto pubblico e comparato all’Unint e costituzionalista, che carta alla mano li scioglie uno dopo l’altro, ricordando poi un precedente…

Professore, al Senato la maggioranza relativa sarà abbastanza per Conte oppure ha bisogno della maggioranza assoluta?

Bisogna distinguere il piano costituzionale dal piano politico. Sotto il primo profilo, in base all’art. 94 della Costituzione è richiesta solo una maggioranza relativa per avere la fiducia delle Camere, non quella assoluta dei componenti ciascuna assemblea, quindi indubbiamente il governo Conte può restare sicuramente in carica.

Sotto il profilo politico, invece?

Sotto il profilo politico il discorso potrebbe essere diverso, perché perdendo una componente, un gruppo parlamentare, e avendo quindi dei numeri ristretti, può avere difficoltà nell’attuazione del suo programma. Ma questo non inficia assolutamente il fatto che in base alle norme costituzionali rimanga in carica.

I nodi costituzionali si intrecciano con quelli politici: riassegnare i due dicasteri sarà sufficiente per avere maggiore stabilità?

Dal punto di vista costituzionale, il fatto che alcuni ministri si siano dimessi e Conte abbia assunto l’interim è nella prassi. Poi quando vi sono dimissioni di ministri l’interim non dura a lungo e vengono riassegnati i dicasteri. Questo rientra in una prassi oramai consolidata e Conte ricevendo la fiducia ieri alla Camera e, probabilmente, oggi al Senato, può tranquillamente procedere in questo senso e fare dei rimaneggiamenti della sua compagine governativa senza dare le dimissioni. Per il resto, se questo sia sufficiente per far coagulare un gruppo parlamentare nuovo, una entità politica nuova che sia sostitutiva di quella che abbandona la maggioranza come Italia Viva io non ho elementi per dirlo.

Mattarella ha esortato le forze politiche alla responsabilità. Una maggioranza relativa come verrebbe vista dal Colle?

Il Presidente della Repubblica può sempre consigliare e ammonire. Il dato di fatto è però che qui tutti parlano di una crisi, ma non siamo in una situazione di crisi formale, perché il governo non si è dimesso.

Ci spieghi meglio.

Il governo di fronte all’abbandono da parte dei ministri di una forza politica, Italia Viva, e al fatto che IV non vota più la fiducia al governo ma si è astenuta alla Camera e immagino farà lo stesso al Senato, ha deciso correttamente che ci fosse un chiarimento politico di fronte alle Camere. Ora, se questo chiarimento politico porta a una conferma della fiducia da parte delle due Camere il governo non è tenuto alle dimissioni, ma eventualmente a riferire al Capo dello Stato anche ai fini di ricoprire quelle cariche che sono rimaste vacanti o rimaneggiare la compagine governativa, quello che si chiama “rimpasto”. Però non ha un obbligo di dimissioni. Che poi Mattarella potesse auspicare una soluzione più solida al Senato è un altro aspetto, ma i numeri sono quelli che sono. Non sarebbe poi la prima volta.

A cosa si riferisce?

In un’altra situazione, nel 2010, uscirono dalla maggioranza i deputati di Futuro e Libertà dal governo Berlusconi. Gianfranco Fini era uscito dal Popolo della Libertà e si sfilarono così dalla maggioranza tutti i finiani. Nella votazione sulla mozione di sfiducia alla Camera che si tenne nel dicembre del 2010 il governo Berlusconi riuscì, per tre voti, ad ottenere la fiducia perché i voti dei deputati di Futuro e Libertà furono compensati dall’adesione di parlamentari eletti in liste diverse. Quindi il fatto che oggi i voti di Italia Viva siano compensati da voti di senatori non eletti nelle liste dei partiti che hanno formato il governo non è un fatto del tutto nuovo, c’è un precedente. La Costituzione, ribadisco, richiede solo la maggioranza relativa perché il governo possa avere la fiducia.

Per restare nel parallelismo col 2010, anche Italia Viva come Futuro e Libertà è un gruppo parlamentare nuovo, nato da una scissione tra partiti…

Esatto. Italia Viva non esisteva nel momento in cui si formava il secondo governo Conte. Renzi e i parlamentari che lo hanno seguito erano nel Pd. Inizialmente, quindi, il governo aveva una formula politica che comprendeva i 5 Stelle, il Pd e LeU, nessun altro soggetto. Questo è un altro elemento che può indurre a ritenere che tutto sommato la procedura seguita da Conte rientra nei canoni costituzionali.

Il rimpasto impone sempre il passaggio dalle Camere?

La storia dei governi italiani presenta numerosissimi casi di rimpasto, cioè sostituzione dei ministri. Molto spesso quando si è trattato di sostituzioni di un solo ministro addirittura non c’è stato nessun dibattito alle Camere, si è dato solo una comunicazione. In questo caso, però, è diverso, perché si tratta di ricalibrare la composizione del governo in quanto viene meno una componente politica, non solo un singolo ministro. In questo caso è più corretto, come nella strada seguita da Conte, che vi sia una verifica parlamentare.

Supponendo la fiducia al Senato, quale può essere l’intoppo costituzionale in cui potrebbe incorrere Conte nelle prossime settimane?

A livello tecnico si può porre un problema quando si tratta di approvare provvedimenti per cui la Costituzione richiede la maggioranza assoluta dell’Assemblea, come ad esempio lo scostamento di bilancio che è all’ordine del giorno domani. Ecco, in questo caso il provvedimento richiede la maggioranza assoluta e con i numeri che Conte dovrebbe ottenere oggi potrebbe avere difficoltà ad approvarlo. Però bisogna vedere cosa faranno renziani e le opposizioni. Renzi ha dichiarato che voterà lo scostamento, quindi il problema non si pone.

E qui, dunque, il nodo politico: una maggioranza in bilico…

Esatto. Una maggioranza così risicata rimane esposta al rischio di non raggiungere la maggioranza relativa quando vorrà approvare qualsiasi tipo di provvedimento, anche che non richieda la maggioranza assoluta.

scollamento

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