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Per comprendere la crisi di governo, formalmente aperta con le dimissioni del governo Conte 2, ieri 26 gennaio 2021, è utile leggere il volume recentemente pubblicato dall’Istituto Bruno Leoni (Ibl) che racchiude alcuni tra i principali lavori di Michael Oakeshott (1901-1990), filosofo della politica che fu in cattedra a Cambridge, al Nuffield College di Oxford ed alla London School of Economics. Oakeshott è poco noto in Italia al di fuori del mondo degli “addetti ai lavori”; opportunamente, si stanno tenendo una serie di seminari on line. Il lavoro teorico principale di Oakeshott è Rationalism in Politics and Other Essays del 1962, una demolizione di quell’approccio “razionale” all’analisi della politica che allora (ed anche ora) è prevalente.

In effetti, se si fosse seguito un approccio “razionale” sarebbe stato difficile avere un modello esplicativo per comprendere sia la nascita del governo gialloverde, prima, che di quello giallorosso, poi, dato che si costruivano coalizioni tra partiti e movimenti che si erano combattuti ferocemente per anni. Ancora più difficile spiegare la crisi politica in corso, in varie guise, da un paio di settimane in quanto incentrata su nodi noti da mesi; ad alcuni dei quali si erano delineate soluzioni negli accordi che avevano portato alla nascita del governo Conte 2 – soluzioni che, secondo alcune delle controparti, non avevano avuto attuazione nella realtà effettuale della operatività del governo.

Di fronte alla crisi sanitaria ed economica provocata dalla pandemia ad un Paese la cui produttività ristagna da un quarto di secolo, l’approccio “razionale” alla politica implicherebbe la creazione spedita di un nuovo governo. Potrebbe essere quello “aperto alle forze liberali ed europeiste” proposto dal presidente del Consiglio uscente? Sotto il profilo puramente “razionale” sarebbe la soluzione logica. Occorre, però, chiedersi, se si è partiti con il piede giusto, ed in particolare se l’azionista principale della maggioranza dei due governi Conte (il Movimento Cinque Stelle, M5S) ha dato prova, con azioni politiche concrete, di essersi scrollato di dosso quella patina anti-europeista, anti-atlantica, statalista e populista che lo ha accompagnato sin dalla nascita. Il ministro degli Esteri e della Cooperazione Internazionale –occorre ammettere – ha preso posizione, pur se tardivamente, sul “caso Navalny” ma troppe aree, a cominciare dall’accesso allo “sportello sanitario” del Meccanismo europeo di stabilità (Mes), restano ancora scoperte. Permangono molti dubbi non solo a Bruxelles (memori degli abbracci con i “gilets jaunes”) ma anche sulle due rive del Potomac (dove albergano il Dipartimento di Stato e la Central Intelligence Agency) per un viatico a “Giuseppi” carpito tramite una congrega internazionale lontana dalle istituzioni.

Occorre portare a termine il Piano Nazionale di Rilancio e Resilienza (PNRR) con urgenza e razionalmente; ciò dovrebbe implicare un re-incarico al presidente del Consiglio uscente, sempre che sia in grado di trovare una maggioranza rafforzata. Occorre chiedersi se sia la scelta giusta affidare il completamento del PNRR alla stessa squadra che dopo svariati mesi ha prodotto varie versioni del documento suscitando più critiche che apprezzamenti. Ad una conclusione analoga, si può arrivare in materia di azione sanitaria e campagna vaccinale (tanto può che a ragione del caos italiano ci sono numerosi italiani del milanese e del varesotto che vanno in Svizzera a farsi vaccinare nelle prime farmacie oltre il “confine di Stato”). Un Conte-ter sarebbe, poi, un “Conte azzoppato” a ragione delle traversie degli ultimi mesi e specialmente delle ultime settimane.

Queste ombre imporrebbero più che una nuova edizione della coalizione che ha governato l’ultimo anno e mezzo, un governo “di emergenza nazionale” o “di scopo” che affronti crisi sanitaria ed economica, completi il PNRR, e prepari l’Italia alle elezioni.

In democrazia, le elezioni sono la risposta “normale” ad una crisi più politica che parlamentare. Sarebbe opportuno farle precedere dal completamento del PNRR e dal varo di misure serie per temperare la crisi sanitaria ed economica. Volerle posporre per timore che vinca l’avversario è, al tempo stesso, antidemocratico e stolto perché induce gli elettori a votare per la parte avversa. Analogamente, è comprensibile che molti parlamentari temano per i propri scranni (dopo la frettolosa riduzione del loro numero): è, però, una scelta particolaristica che invita ancora di più gli elettori a votare per altri. In breve, come agli albori dei Seicento, scriveva l’Avv. (e poeta) veneziano Gian Francesco Busenello ci si è “avviluppati” in un nodo che più ci si muove, più stringe.

Se si legge Oakeshott le scelte saranno dettate più dalla “cultura politica” del Paese e dalle circostanze puntuali che dal “razionalismo”. La prima è altamente frammentata. Le seconde sono imprevedibili. Così come era imprevedibile l’ingresso del Prof. Avv. Giuseppe Conte a Palazzo Chigi nella veste di inquilino.

In questi giorni, a proposito di quella che in Francia viene chiamata “drôle de crisi” (strana crisi), per la tempistica e la modalità in cui si è svolta, è stata ricordata una bella commedia di Jean Giraudoux degli anni Trenta del secolo scorso: La guerra di Troia non si farà (La guerre de Troie n’aura pas lieu). Tra “responsabili” di una parte e “responsabili” dell’altra riesce a trovare un accordo che pare accontentare tutti ed evitare il conflitto. Mentre si festeggia, scocca per puro errore un dardo da un arciere un po’ ubriaco. Ed il sipario scene sulla commedia di Giraudoux per aprirsi, presumibilmente, sui poemi omerici e le tragedie greche.

Il dardo potrebbe scoccare non dalla relazione sulla giustizia (che in crisi di governo verrà probabilmente solo depositata e né discussa né votata) non dal PNRR ma dalla sanità, in particolare dal piano vaccinale che preme agli italiani e pare gambe all’aria.

La crisi di governo e il razionalismo in politica. La lezione di Pennisi

Di fronte alla crisi sanitaria ed economica provocata dalla pandemia a un Paese la cui produttività ristagna da un quarto di secolo, l’approccio “razionale” alla politica implicherebbe la creazione spedita di un nuovo governo. Il commento di Giuseppe Pennisi

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