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Nel 1909 due insigni studiosi del sistema dello Statuto Albertino, facevano una statistica delle ragioni che avevano portano in 50 anni di Regno d’Italia a 55 crisi di governo. Quindici governi erano caduti per voto parlamentare; due per morte del presidente del consiglio (Cavour e Depretis); uno per ascesa al trono di nuovo sovrano (Chiodo), uno per destituzione regia (Minghetti, 1864), uno per passaggio del presidente ad altre funzioni (Lamarmora, 1866). Ben 35 crisi “furono cagionate variamente da dissidi interni, dalla persuasione di non avere più a contare sull’appoggio della Corona o della Camera o dell’opinione pubblica, dal desiderio del presidente di procedere a un rimpasto per escludere i deboli e rafforzarsi al potere”.

È una analisi di 110 anni orsono, eppure sembra del tutto adeguata a quanto accade in queste ore, come se l’instabilità governativa sia connaturata all’Italia. A me non spettano valutazioni politiche, ma soltanto l’analisi di quanto può accadere sul piano costituzionale.

Il governo Conte II al momento è e resta in carica. È in crisi politica, perché ha perso il sostegno di uno dei partiti della coalizione, ma non è in crisi giuridica, perché per aprirsi una vera crisi di governo occorre il voto di sfiducia del Parlamento o le dimissioni del presidente del Consiglio (come accaduto in 65 delle 67 crisi dei governi repubblicani). A questo punto, sembra però inevitabile che la crisi politica porti a una crisi giuridica, perché questo governo non ha più la forza di procedere, specie in quanto mancano ancora due anni alla fine della legislatura e in un momento così delicato di pandemia.

Allora, c’è da aspettarsi che ben presto Conte salga al Quirinale per rimettere il suo mandato e a quel punto si aprirebbero le consultazioni per la formazione di un nuovo esecutivo, che potrà essere politico (con una diversa mescolanza delle forze in Parlamento, ma anche ancora a guida Conte) oppure a guida tecnica (cioè non di un politico di professione), per sottolineare l’idea che possa essere un governo di unità nazionale che porti l’Italia verso una politica di risanamento e sviluppo.

È difficile prevedere cosa accadrà nelle prossime ore. Teniamo ben presente che fino a che si insedierà un nuovo governo, resterà comunque in carica il governo Conte II. Nel frattempo si capirà se andremo a uno scenario politico oppure tecnico. L’unica ipotesi che mi pare da escludere è quella di uno scioglimento anticipato del Parlamento e di un voto politico in primavera. Non soltanto per le difficoltà di votare in piena pandemia, ma anche perché le prossime camere avranno 600 onorevoli e non più 945.

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Il governo Conte II al momento è e resta in carica. È in crisi politica, perché ha perso il sostegno di uno dei partiti della coalizione, ma non è in crisi giuridica, perché per aprirsi una vera crisi di governo occorre il voto di sfiducia del Parlamento o le dimissioni del presidente del Consiglio (come accaduto in 65 delle 67 crisi dei governi repubblicani). Ecco cosa potrebbe accadere nell’analisi di Celotto

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