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Anche Matteo Salvini ha la sua “mossa del cavallo”. Perché di colpo il leader della Lega dice sì al governissimo di Mario Draghi? Ospite a Sky Tg24 questo venerdì ha sparigliato le carte aprendo a un esecutivo di unità nazionale: “Chi sono io per dire tu no?”.

Dal “o noi, o Grillo” il passo verso il “se serve, ci siamo” fino al “tutti dentro” è stato brevissimo. “Non sono per le mezze misure: se sei dentro dai una mano, ti prendi onori e oneri. I governi tecnici alla Monti li abbiamo già provati. Mi piacerebbe che ci fossero tutti. Mattarella ha chiesto di fare un passo avanti ed ora si deve pensare all’interesse del Paese e non a quello dei partiti”.

Salvini lo dice e lo ripete, “non facciamo le cose a metà”. Un governo di larghissime intese, insomma, senza veti, “vedo che altri lo dicono su di noi”, né anatemi, “non diremo che non vogliamo tizio”.

La svolta porta il nome di Giancarlo Giorgetti e di chi, nel partito, ha fin da subito aperto al governo di Mr. Bce. Vedi l’ala nordista, con Luca Zaia a rilanciare il monito contro il voto anticipato di Sergio Mattarella a pochi minuti dal discorso alla nazione. “Salvini ha spiegato l’esigenza di un sostegno al Governo Draghi nell’emergenza di una vera e propria crisi di sistema, che impone una grande responsabilità” ha confidato mercoledì mattina a Formiche.net Alberto Michelini, giornalista e politico di lunghissimo corso.

Eppure quella che a prima può sembrare un’apertura, a ben vedere è una sonora chiusura.  Invitando tutti i partiti a entrare nel governo Draghi, Salvini blocca sul nascere la sua lottizzazione da parte delle forze della (ex) maggioranza.

Chi può immaginare un governo davvero “politico” con tutti i partiti dentro? Draghi si troverebbe costretto ad assegnare ministeri a Salvini e a Nicola Zingaretti, a Luigi Di Maio e ad Antonio Tajani. E perché mai tenere fuori Dario Franceschini, o magari Stefano Patuanelli? Non serve fantasia per figurarsi il caos che ne verrebbe fuori, condannando allo stallo più totale il governo che Mattarella vuole mettere in piedi per sbloccare il Recovery Fund e tirare il Paese fuori dalla pandemia.

L’endorsement di Salvini, insomma, è una bella gatta da pelare per Pd e Cinque Stelle, pronti a salire sul carro Draghi senza troppi ripensamenti (salvo i mal di pancia di una fronda grillina, che rimarrà tale). Ma è anche un assist al premier-incaricato, cui il “Capitano” invia un messaggio netto: è lui il suo migliore alleato per evitare di finire sotto il ricatto altrui.

Con la fiducia a Draghi la Lega sbarra di fatto la strada a un governo tutto politico e apre quella per un governo tecnico. Ci sono sempre i sottosegretari, quasi 50, per placare gli animi e dare a ognuno il suo. Di più: strizza un occhio al Quirinale, che dal giorno zero ha parlato di governo “di alto profilo” e inizia il percorso catartico della Lega in Europa, scrollandosi di dosso il marchio del partito anti-europeista che deve stare alla larga dalla stanza dei bottoni.

Addio ministeri di gloria. Se Salvini salva Draghi e incastra Pd e M5S

Aprendo a un governo con “tutti dentro” il leader della Lega chiude in realtà all’ipotesi di un esecutivo politico, bloccando sul nascere la lottizzazione dei ministeri. Se gli riesce, il colpo è triplo: lancia un segnale in direzione del Quirinale, ottiene la fiducia di Draghi e pure quella delle cancellerie europee

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