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“Un passato superato”. I gilet gialli, gli strali contro l’Ue, gli arroccamenti anti-establishment sono alle spalle. Luigi Di Maio si confessa a Les Echos, il quotidiano del gotha finanziario francese. Racconta la Fase 2 del suo percorso politico. Quella di un ministro degli Esteri e leader (ancorché non ufficiale) del Movimento Cinque Stelle che, dopo anni di trincea, parla con l’Europa, i moderati, i poteri forti.

E pensare che è trascorso solo un anno e mezzo da quando, allora vicepremier del governo gialloverde, volava Oltralpe per manifestare insieme ai Gilet Jaunes contro Emmanuel Macron. “Cest du passé”, dice col senno di poi. “Ho già detto che si è trattato di una leggerezza e vorrei concentrarmi sul presente e sul futuro”.

Il futuro passa da Bruxelles, dice il ministro al fondo di una lunga intervista in cui discorre di Cina e Ue, degli Stati Uniti, “un partner fondamentale per l’Italia, a prescindere dai governi di volta in volta in carica”, del Mediterraneo e delle tensioni fra Grecia e Turchia.

Tempo di cambiare registro. “È il momento per il Movimento 5 Stelle di entrare in una grande famiglia europea per contare di più e far sentire la nostra voce nel Parlamento Europeo”, spiega Di Maio. Uno statement che, forse per errore, è ripetuto ed evidenziato ben due volte sul sito della Farnesina.

“Il Movimento non è mai stato propriamente euroscettico, ma ha sempre creduto che l’Unione Europea andasse cambiata perché con gli anni era diventata troppo distante dai cittadini e dai loro bisogni reali”, chiarisce. Per poi rivendicare una volta tanto di aver messo la firma, due estati fa, sulla nascita della Commissione Ue di Ursula von der Leyen, “il nostro voto è stato decisivo”.

Il tempismo non sembra casuale. In questi giorni, a Roma, si è consolidata un’altra “coalizione Ursula”, cioè quell’asse non ufficiale fra maggioranza e Forza Italia che allora sostenne l’elezione della tedesca alla Commissione e oggi rinsalda le fondamenta del Conte-bis, grazie anche alla regia di Di Maio.

Certo, per essere decisivi in Europa quel voto di fiducia non basta più. I Cinque Stelle, oggi, sono apolidi a Bruxelles. E senza il patrocinio di un gruppo politico al Parlamento non si tocca palla: niente ruoli decisivi nelle commissioni, niente impatto sul procedimento legislativo, niente fondi. Di Maio ha spinto sull’acceleratore, e lavora dietro le quinte.

Tramontata definitivamente l’ipotesi Alde (Alleanza liberali e democratici europei) dopo il flirt finito male con Guy Verhofstadt due anni fa, rimangono due portoni. I socialisti del Pse e i Verdi europei. Con i secondi l’intesa sarebbe più facile, sulla carta. Dal no all’austerity ai temi ambientali, non sono pochi i punti di contatto.

A dividere c’è una sostanziale sfiducia, sedimentata anche per qualche scontro al Parlamento fra il presidente dei Verdi, il belga Philippe Lamberts (qui la sua intervista a Formiche.net) e gli eurodeputati dei Cinque Stelle. Ma sono schegge che si possono limare, e la congiuntura americana, con un presidente, Joe Biden, che fa dell’ambiente il primo punto dell’agenda, sembra calzare a puntino.

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