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Da tempo si dibatte sulla necessità di ripensare il sistema della fiscalità internazionale al fine di favorire una migliore trasparenza finanziaria e lottare contro evasione e elusione. Il dibattito diventa però ancor più urgente alla luce dell’attuale emergenza Covid-19, che ha posto e continua a porre una enorme pressione sui nostri sistemi di welfare e sui conti pubblici legati soprattutto alla sanità.

LA COLLETTIVITÀ AL PRIMO POSTO

L’imposizione fiscale ha infatti come obiettivo primario quello di finanziare la spesa pubblica e deve farlo nell’interesse della collettività. Il tema della tassazione ha dunque delle ricadute in termini di giustizia sociale, ma va analizzato tenendo sempre presente anche la sua utilità nel complesso di un sistema capitalistico ben funzionante. La politica tributaria, basata su un buon sistema fiscale, deve essere infatti condotta in modo da favorire e – in ogni caso, mai danneggiare – un buon funzionamento dei mercati.

SULLA NECESSITÀ DI UNA RIFORMA FISCALE…

Nell’attuale contesto di globalizzazione dell’economia, la presenza di giurisdizioni non collaborative – che favoriscono pratiche elusive dal punto di vista fiscale – ci spinge a ripensare il sistema del fisco anche al fine di garantire un corretto equilibrio tra promozione dell’iniziativa imprenditoriale ed efficienza del sistema. Pensiamo a quelli che vengono definiti giganti del websoft: grazie all’attuale sistema fiscale, le 25 principali società di software e servizi web hanno risparmiato – per il periodo cumulato 2015-2019 – 46 miliardi di euro in tasse, potendo contare su un tax rate effettivo per il 2019 pari al 16,4%, inferiore a quello teorico del 22,2%.

QUALI DIFFERENZE?

L’attuale frammentazione del sistema fiscale internazionale consente dunque una disparità di trattamento che rischia di minare la capacità di riuscita nel fare impresa in alcuni mercati. Disparità ancor più evidente in un sistema imprenditoriale come quello italiano, composto per larga parte da piccole e medie imprese.
Secondo le stime dell’Ocse, un ripensamento del fisco internazionale capace di tassare le imprese nei Paesi dove generano il reddito e l’applicazione di un’aliquota minima mondiale permetterebbero di raccogliere fino a cento miliardi di dollari all’anno dalle multinazionali, pari al 4% del gettito mondiale delle imposte sul reddito delle società. Di contro, la riduzione degli investimenti delle multinazionali legata all’aumento del carico fiscale ammonterebbe solo allo 0,1% del Pil mondiale.
Peccato però che l’accordo politico tra i 137 Paesi membri dell’Inclusive framework dell’Ocse sulla riforma del fisco internazionale sia sfumato proprio qualche giorno fa. La palla ora è nel campo dei ministri delle Finanze del G20, che si attende prolunghino il mandato Ocse fino alla metà del 2021.

…ANCHE A LIVELLO EUROPEO

Ancora aperti i giochi a livello europeo, dove è in discussione la proposta presentata da Irene Tinagli, presidente della commissione Affari economici monetari del Parlamento europeo, che punta a istituire una base imponibile consolidata comune per l’imposta sulle società. Si tratta di una proposta che trovo non solo di buon senso, ma anche di grande respiro politico. Il tema però non solo è particolarmente complesso in termini di composizione del consenso, incidendo sui bilanci nazionali, ma richiede provvedimenti approvati all’unanimità. Ma se l’emergenza Covid ha spinto l’Ue a trovare un accordo su un tema complesso come quello dell’emissione di debito comune, considerato fino a qualche mese fa un vero e proprio tabù per molti paesi europei, esiste forse la possibilità che anche a livello globale si ritorni a riflettere sull’importanza di salvaguardare un capitalismo ben funzionante ripensando anche il sistema di tassazione distorsiva che rischia di minarne le fondamenta. Non è un caso che il richiamo a quest’ultimo aspetto compaia anche nelle discussioni dell’ultimo Imf World bank annual meeting del 16 ottobre scorso.

…MA CON QUALI PRESUPPOSTI POLITICI?

Fondamentale sarà lavorare sui presupposti politici per un maggiore dialogo con i Paesi non allineati, sottolineando innanzitutto come un sistema fiscale internazionale senza le attuali discrepanze favorirebbe un migliore equilibrio tra iniziativa imprenditoriale diffusa, promozione dell’innovazione e giustizia sociale, permettendo un migliore sfruttamento delle risorse disponibili nell’interesse collettivo.

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Nell’attuale contesto economico globalizzato, la presenza di giurisdizioni non collaborative ci spinge a ripensare il sistema fiscale, anche per garantire un giusto equilibrio tra iniziativa imprenditoriale ed efficienza sistemica. La riflessione di Marco Simoni, presidente di Fondazione Human Technopole

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