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Altolà alla Cina. Mentre in Italia alcuni alti papaveri della maggioranza giallorossa si riscoprono mandarini, nella (illusoria) convinzione che Joe Biden alla Casa Bianca possa allentare la morsa sull’ex Celeste Impero e chiudere un occhio sui flirt al di qua dell’Oceano, Silvio Berlusconi fa l’esatto opposto.

In un’interrogazione scritta alla Commissione europea guidata da Ursula von der Leyen il leader ed europarlamentare di Forza Italia chiede di mettere un freno alla penetrazione degli investimenti cinesi in Europa e in Italia. E lo fa citando la relazione del Copasir, il comitato di raccordo fra Parlamento e Intelligence presieduto dal leghista Raffaele Volpi, che ha lanciato un allarme sulle mire francesi su Generali e Unicredit ma ha anche fatto una mappatura della longa manus cinese nell’industria e nell’imprenditoria tricolore.

“Il 5 novembre, il Comitato parlamentare per la sicurezza della Repubblica italiana ha approvato una relazione che mette in guardia dalla penetrazione di capitali cinesi nel tessuto economico italiano – spiega il Cavaliere nell’interrogazione, per poi snocciolare uno ad uno i numeri del rapporto firmato da Enrico Borghi (Pd) e Francesco Castiello (M5S).

“In Italia, infatti, gli investimenti cinesi sono passati dai 573 milioni di euro del 2015 ai 4,9 miliardi del 2018. Di questi, destano maggiore preoccupazione quelli in società che detengono asset infrastrutturali strategici. La sola multinazionale cinese State Grid detiene il 35% di Cdp Reti che controlla le reti energetiche (Snam, Terna, Italgas). Sul territorio italiano, inoltre, operano 50.797 imprenditori nati nella Repubblica popolare cinese (17.000 nel manifatturiero)”.

Poi l’allarme per la presidente von der Leyen, sua collega nel Partito popolare europeo. “Questo fenomeno rientra nel disegno di espansione economica della Cina in Europa (acquisizione del porto di Duisburg in Germania, del Pireo in Grecia, eccetera). Il rischio di una dipendenza dell’Europa dalla Cina è incalcolabile”.

Berlusconi chiede allora alla Commissione “quali iniziative intende adottare per rendere ancora più stringenti le misure del Regolamento (Ue) 2019/452 sul controllo degli investimenti diretti extraeuropei in settori strategici europei?”.

Non è la prima volta che il leader di Fi chiede di alzare una barriera contro lo shopping cinese negli asset italiani. Fu tra i più strenui fustigatori del memorandum gialloverde sulla Via della Seta cinese che vide complice il suo alleato leghista Matteo Salvini. A dire il vero le stesse aziende di Berlusconi non disdegnano gli affari cinesi. Senza dover richiamare la cessione dell’Ac Milan, basta ricordare che a maggio Mediaset ha stretto un accordo con Huawei, la multinazionale tech di Shenzen accusata di spionaggio dagli Usa.

Il tempismo dell’interrogazione, però, non sembra casuale. Proprio questo mercoledì i leghisti al Senato gli hanno fatto uno sgambetto votando contro in Commissione Affari costituzionali e poi astenendosi in aula, con l’aperto endorsement di Salvini, su un emendamento Pd al decreto Covid che tutela Mediaset dalla scalata dei francesi di Vivendi.

Tra le grida di scandalo lanciate dalle truppe azzurre contro lo strappo nel centrodestra, in tanti hanno ricordato che proprio un leghista a capo del Copasir aveva appena suonato un campanello d’allarme sugli investimenti francesi. Ora quel rapporto rispunta magicamente in Europa, richiamato con grandi fanfare da Berlusconi in persona.

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