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Non è un redde rationem, ma il passo è breve. La Cina potrebbe ben presto dire addio a Pirelli, dopo mesi di pressing da parte del governo italiano, desideroso di accogliere le istanze e i desiderata degli Stati Uniti, sempre più insofferenti alla presenza delle aziende cinesi e relative tecnologie nelle grandi industrie dei Paesi alleati. Da un anno a questa parte Palazzo Chigi studia la migliore soluzione possibile per permettere il disimpegno di Sinochem, il colosso del Dragone azionista di maggioranza (37%) di Pirelli. Tallonato a dovere da Camfin, socio al 25,3% ma con la possibilità, già peraltro deliberata dalla stessa holding che partecipa il gruppo dei pneumatici, di salire a ridosso del 30%.

La nuova spallata, che potrebbe essere quella finale, ruota tutta intorno alla tecnologia utilizzata da Pirelli, per la quale il mercato americano rappresenta un quinto dei ricavi. A marzo, infatti, entrerà in vigore negli Stati Uniti il divieto di impiegare hardware e software di fabbricazione cinese applicati all’industria, inclusa quella dei pneumatici e che nei fatti impedisce ai produttori di auto di utilizzare tecnologia di società controllate da azionisti cinesi e russi. E per il gruppo italiano il sistema Cyber Tyre, che costituisce la tecnologia leader dell’azienda, è centrale per i suoi piani di crescita negli Stati Uniti e nel resto del mondo. Per questo, nelle ultime settimane, l’esecutivo italiano si è adoperato per individuare una soluzione finale al problema, perché privare Pirelli dell’uso di tale tecnologia sul mercato Usa vorrebbe dire tagliare le gambe all’azienda.

Quale? Per mettere a fuoco la vicenda, bisogna tornare indietro di qualche mese. La premessa è che Sinochem ha da tempo perso il grip de facto su Pirelli, sia nel board sia in assemblea, dove non hanno avuto voti sufficienti per bocciare il bilancio. Lo scorso aprile, infatti, il consiglio ha approvato i risultati per il 2024 e dichiarato la fine del controllo di Sinochem sulla società. Poi a giugno l’assemblea ha approvato il bilancio nonostante il voto contrario proprio di Sinochem. Nel mese di settembre, infine, il Bureau of Industry and Security del Dipartimento del Commercio degli Stati Uniti ha inviato una lettera a funzionari del governo italiano, sottolineando come la presenza di una società statale cinese in Pirelli potrebbe entrare in conflitto con le normative americane sui veicoli connessi. Nella lettera veniva inoltre aggiunto che i poteri di veto imposti da Roma su Pirelli nel 2023, in scia alla normativa sul golden power, per limitare l’influenza di Sinochem non erano sufficienti a proteggere l’azienda da possibili restrizioni negli Stati Uniti.

Ora, proprio quando il pressing degli Usa aumentava, i vertici di Pirelli, hanno cominciato a sminare il terreno e cercare un compromesso con i cinesi di Sinochem (i quali, nel frattempo, hanno nominato Bnp Paribas come advisor per valutare eventuali opzioni di vendita), per giungere a un’uscita concordata. Finora però un accordo non è stato trovato. Ed ecco la mossa di Palazzo Chigi: se entro gennaio non sarà trovata la quadra, il governo di Giorgia Meloni potrebbe, ha rivelato il Financial Times, procedere con la sospensione dei diritti di voto di Sinochem, facendo leva sulla normativa del golden power, che consente di imporre limitazioni o porre il veto agli investimenti di società straniere in asset strategici. In alternativa, secondo quanto riportato dall’agenzia Bloomberg, Sinochem sarebbe in trattativa per ridurre la partecipazione al 10% del capitale della Bicocca.

D’altronde, le tensioni tra i soci di minoranza di Pirelli e l’azionista cinese vanno avanti da tempo. Nell’aprile del 2025, come detto, il consiglio di amministrazione di Pirelli ha stabilito che il controllo di Sinochem sulla società era cessato secondo gli standard contabili internazionali, una mossa volta ad aiutare l’azienda ad allinearsi con i regolamenti statunitensi. Dopo la decisione del governo, Sinochem ha lasciato intendere che sarebbe disposta a considerare la vendita della sua partecipazione del 37% (o parte di essa) in Pirelli, a condizione che riceva un’offerta adeguata. Questa era stata vista come un’opzione principale per risolvere la disputa sulla governance e garantire che Pirelli possa operare pienamente nel mercato statunitense. Poi, il silenzio. Di qui, l’opzione del congelamento dei voti.

Una vicenda, quella di Pirelli, che richiama alla mente un altro caso, ampiamente raccontato e documentato da questo giornale, quello di Cdp Reti. Un errore commesso undici anni fa dall’allora governo Renzi, che aprì le porte di Cassa depositi e prestiti a alla Cina, vendendo per 2,1 miliardi il 35% di Cdp Reti, vale a dire la testa e il cuore delle reti strategiche italiane (gas ed elettricità su tutte), a State Grid. Un’operazione, datata luglio 2014, allora mascherata come espressione del libero mercato e della necessità di imbarcare un investitore di peso, prontamente denunciata da questo giornale, anche e non solo attraverso una sequela di approfondimenti.

Fuori la Cina da Pirelli. La sponda italiana agli Stati Uniti

Dopo mesi di tentati negoziati con l’azionista di maggioranza Sinochem e in mancanza di un compromesso entro poche settimane, ora Palazzo Chigi, di raccordo con i vertici del gruppo dei pneumatici, potrebbe arrivare a congelare i voti del socio cinese. Sempre che la stessa società del Dragone non decisa di diluirsi. L’obiettivo è permettere all’azienda milanese di continuare a sfruttare il mercato americano, prossimo a nuove restrizioni a protezione dalle mire di Pechino. Un caso che riporta alla mente la vicenda di Cdp Reti

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