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Come influenzerà il contagio da coronavirus del presidente degli Stati Uniti Donald Trump l’ultimo tratto di campagna elettorale? Tirerà la volata al Tycoon o aprirà le porte della Casa Bianca a Joe Biden? Abbiamo chiesto un commento a Maurizio Caprara, giornalista di lungo corso del Corriere della Sera, già consigliere del presidente della Repubblica Giorgio Napolitano. Ecco la sua analisi.

 

Come se fossero termometri, i risultati elettorali misurano gli orientamenti dell’elettorato nel momento dell’espressione del voto. Lo stesso accade con quei sondaggi – una piccola parte dei tanti in circolazione – che riescono a indicare con veridicità gli orientamenti del pubblico all’ora della rilevazione.

Se la temperatura degli elettorati può subire cambiamenti di giorno in giorno, figuriamoci da adesso quanto sono in teoria soggetti a sbalzi i risultati elettorali delle presidenziali americane.

Ciò che verrà indicato dal termometro metaforico, lo spoglio dei voti espressi il 3 novembre, può dipendere anche da quanto segnerà nelle prossime settimane il termometro autentico accostato alla pelle del candidato più noto, il presidente degli Stati Uniti uscente.

Chi sa predire oggi con certezza se tra un mese Donald Trump, repubblicano atipico, uomo di potere spavaldo contagiato senza deferenza dal Covid-19, apparirà ai più un incosciente o un supereroe?

La sottovalutazione del Coronavirus può essere politicamente fatale per un capo di Stato alla guida di un Paese di circa 332 milioni di abitanti dei quali sette milioni contagiati e oltre 200 mila morti di recente a causa della pandemia.

Esistono tuttavia numerosi americani che apprezzano il presidente, non gli addebitano errori o glieli perdonano. E la politica è sempre meglio osservarla senza accontentarsi di un solo angolo visuale. Ne va tenuta presente, inoltre, la capacità di determinare paradossi.

Per quanto immensamente diverso dall’ex conduttore tv di “The Apprentice”, malgrado fosse personalità di un ascetismo a Trump ignoto, benché caduto come in una battaglia sul palco di un comizio che lo portò all’agonia, Enrico Berlinguer nel 1984 in Italia fece vincere le elezioni europee da morto al Partito comunista del quale era stato segretario in vita fino a sei giorni prima. E non erano neppure elezioni con un sistema bipolare e in sostanza personalizzato.

Per come si ripercuote sulle abitudini di tutti e sull’economia, il Covid-19 è un fenomeno troppo esteso e profondo da non produrre inevitabilmente conseguenze sugli orientamenti degli elettorati. Non è detto che i suoi effetti politici siano univoci. A prima vista, che il virus abbia colpito Donald Trump potrebbe mostrare l’inconsistenza di una sua tesi sostenuta nel dibattito televisivo del 29 settembre scorso con lo sfidante democratico Joe Biden.

Il presidente che punta al doppio mandato ha cercato di attrarre il consenso degli elettori infastiditi dal “lockdown”, ha giudicato inutili e dannose le limitazioni nei movimenti, ha indicato come bersagli per gli insofferenti sia il suo rivale abituato a indossare mascherine sia amministratori democratici che hanno imposto misure restrittive in alcuni Stati e città.

Ma la razionalità non è necessariamente l’elemento prevalente nelle scelte degli elettori su chi votare, anzi. E pochi argomenti come una malattia che potrebbe colpire chiunque ed è causa di paure o sottovalutazioni possono influire sulle decisioni, far impennare o precipitare le temperature.

Il Covid-19 non è l’unico fattore che il 3 novembre determinerà il comportamento di quanti non hanno già votato a distanza dai seggi. Però conta. L’espandersi di un virus è un promemoria della antica e permanente vulnerabilità umana che, adesso, incrocia nel suo cammino un’evoluzione delle tecnologie della comunicazione secoli fa imprevedibile.

Per citarne uno degli effetti, i prossimi dibattiti televisivi tra i candidati alla Casa Bianca fissati per il 15 ottobre a Miami e il 22 a Nashville potrebbero essere annullati in tutto o in parte per ragioni di salute di uno dei concorrenti oppure svolgersi in videocollegamento da remoto. Seppure sprovvisti di infallibilità, nel secondo caso i curatori dell’immagine di Trump calcolerebbero numeri alla mano la parte in commedia da assegnare al presidente.

Gli proporrebbero quale ruolo assumere nella scena in base alle preferenze registrate da sondaggi dettagliati su che cosa desiderera dal presidente il pubblico degli Stati in bilico tra democratici e repubblicani. È un’eventuale incapacità manifesta a tenere in mano la barra del Paese dovuta a ragioni di salute a poter scoraggiare suoi sostenitori a votare Trump. Potus, la sigla con la quale il Servizio segreto chiama il titolare pro tempore della Casa Bianca, è pur sempre il Commander in Chief delle Forze armate della nazione, e questo richiede mente lucida, controllo di nervi e situazioni.

Per qualche giorno, almeno, si tenga d’occhio il termometro vero. L’altro, il metaforico, non darà il suo responso senza averlo osservato.

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