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Alcune notizie di segno positivo per la tutela dei diritti umani giungono da New York. In questi giorni, infatti, la terza commissione dell’Assemblea generale dell’Onu ha adottato una risoluzione sui diritti umani in Iran che riconosce la necessità di una ferma risposta della Comunità internazionale ai gravissimi abusi perpetrati dal regime. Anche l’Italia e gli altri membri dell’Unione europea hanno finalmente preso una chiara posizione. Il documento manifesta forti preoccupazioni “per la frequenza allarmante delle esecuzioni capitali, in violazione degli obblighi internazionali, comprese le esecuzioni compiute sulla base di confessioni forzate o per reati non gravi, con definizioni eccessivamente ampie e vaghe, ledendo il Patto internazionale sui diritti civili e politici”. Si lancia l’allarme per “l’uso diffuso e sistematico di arresti, per le detenzioni arbitrarie, la tortura anche per estorcere confessioni, come nel recente caso del campione di lotta libera giustiziato, Navid Afkari, per i numerosi decessi in carcere, le sparizioni forzate, le esecuzioni extragiudiziali, e la soppressione di ogni libertà di espressione e opinione, le restrizioni a Internet e al digitale”.

Si tratta di un quadro che è stato da tempo descritto su queste pagine, in occasione di appelli ai governi europei di Ong impegnate nella tutela dei diritti umani.

Per troppo tempo si è invece constatata una pericolosa acquiescenza che, in ultima analisi, mette  in serio pericolo la sicurezza stessa dei cittadini europei. Pensiamo al fallito attentato di Villepinte nel luglio 2018 quando un diplomatico dell’ambasciata iraniana a Vienna, Asadollah Assadi, è stato arrestato in flagranza di reato per aver fornito una bomba ad alto potenziale (“Tatp” ) a due belgi di origine iraniana di Anversa. Avrebbero dovuto recarsi far esplodere la bomba dell’annuale all’imponente raduno annuale del Consiglio nazionale della resistenza iraniana, al quale partecipavano circa 100.000 persone, tra parlamentari e personalità internazionali, europee e italiane.

In vista del processo nei confronti di Assadi, che inizia il venerdì 27 novembre, il comitato internazionale In Search of Justice ha presentato ai vertici dell’Unione europea – il presidente del Consiglio Charles Michel, la presidente della Commissione Ursula von der Leyen e l’Alto rappresentante Josep Borrell – profonde preoccupazioni per altre possibili azioni terroristiche sul territorio europeo. Il comitato sottolinea come Mohammad Javad Zarif, ministro degli Esteri iraniano, in qualità di responsabile delle ambasciate iraniane e del corpo diplomatico all’estero, deve essere ritenuto parte del piano terroristico, insieme al ministro dell’Intelligence e della sicurezza (Mois) Mahmoud Alavi e ai capi del Corpo delle guardie rivoluzionarie islamiche (Irgc) con  loro componente Al Quds.

Fortunatamente, un’operazione congiunta dei servizi segreti tedeschi, francesi e belgi ha portato all’arresto di Assadi e dei suoi complici. È la prima volta che un diplomatico iraniano, nel pieno delle sue funzioni, viene processato in Europa per diretto coinvolgimento in un atto di terrorismo. Il regime iraniano ha compiuto sforzi disperati per ottenerne il suo rilascio, rivendicando inutilmente l’immunità diplomatica. Ciò non ha impedito all’accusato di minacciare pesanti ritorsioni in caso di condanna.

Si tratta dell’ennesima dimostrazione di quanto sia importante impedire al regime la possibilità di reperire risorse finanziarie che vengono poi indirizzate ad attività terroristiche: scoraggiando, piuttosto che favorire, occasioni come quella dello Europe-Iran business forum, che si terrà a metà dicembre. Diversamente, il messaggio recepito dal regime sarà sempre quello di una totale impunità quando sono emerse ampie prove di attacchi terroristici iraniani organizzati in territorio europeo. E sarebbe davvero sconsigliabile la partecipazione al Forum di ambasciatori e rappresentanti europei.

In definitiva, la coesione emersa a New York non può essere sprecata. Deve piuttosto tradursi in un cambio di strategia che lasci un appeasement controproducente, e irriso persino a Teheran, alle nostre spalle.

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