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Oggi il segretario dem Nicola Zingaretti con una lettera alla Stampa ha riaperto il dibattito sul Mes per la sanità. Formiche.net ha parlato di questo e altro con Fabio Massimo Castaldo, europarlamentare del Movimento 5 stelle e vicepresidente del Parlamento europeo.

Partiamo dal Mes. Il M5S rimane contrario?

L’Italia oggi è a un bivio. La curva del contagio purtroppo è in risalita e ci aspettano a settembre nuove, decisive, sfide come quella della riapertura in tutta sicurezza delle scuole e il lancio delle riforme e dei progetti legati al Next Generation EU. Con 209 miliardi di euro stanziati dall’Unione europea abbiamo la possibilità di far ripartire l’economia e di modernizzare il nostro Paese con infrastrutture fisiche e digitali al passo con i tempi.

Anche per la sanità, cui Zingaretti fa riferimento?

Possiamo rendere la nostra sanità più moderna ed efficiente utilizzando risorse che equivalgono a ben cinque volte la taglia massima della linea pandemica del Mes, e senza le condizionalità di rientro ancora esistenti per quest’ultimo, come per esempio i controlli post programma e il sistema di allerta rapido. Nell’attesa di poter accedere a inizio dell’anno prossimo alle prime tranche del Next Gen, ricordo sempre che possiamo finanziarci sui mercati avvalendoci dell’importantissimo scudo del Pepp, ovvero il quantitative easing pandemico della BCE e della sospensione del fiscal compact. Non possiamo permetterci nessuna distrazione in questa fase, né tantomeno dobbiamo cedere alla facile retorica di chi vorrebbe impropriamente “utilizzare” il Mes come uno strumento da campagna elettorale per le imminenti elezioni regionali, promettendo magari la riapertura di ospedali a pioggia (gli stessi tagliati negli anni dell’austerity), peraltro dimenticando il vincolo esclusivo di destinazione per le spese dirette e indirette legate al Covid-19.

Il Movimento 5 stelle ha ancora dubbi sulle conseguenze giuridiche ed economiche del Mes?

I nostri dubbi non sono stati ancora sciolti. Non a caso Spagna, Portogallo e Grecia continuano a finanziarsi sui mercati, nemmeno uno di questi Stati ha manifestato interesse ad accedere: di certo non è casuale. Insistere sul Mes darebbe un pessimo segnale agli investitori che potrebbero convincersi dell’idea, infondata, che l’Italia non riesca più a collocare i propri bond. Continuare ad alimentare una polemica sterile non aiuta né il Paese né la credibilità e la coesione del nostro governo.

Sul Mes c’è in ballo la tenuta dell’alleanza di governo con il Partito democratico?

La tenuta del governo Conte non deve essere discussione. Chiunque ventilasse ipotesi e scenari legati a manovre di palazzo e a improbabili alchimie sarebbe totalmente irresponsabile verso il Paese, in un momento di enorme delicatezza. Abbiamo superato i mesi difficilissimi del lockdown, nonostante le oggettive difficoltà di essere stati i primi colpiti in Europa. Dal New York Times al Guardian, testate autorevoli e opinionisti di spessore hanno sottolineato la lungimiranza e la saggezza del nostro premier Giuseppe Conte. Il Paese si aspetta decisioni efficaci e rapide, dobbiamo ritrovare la via della crescita economica e mettere in sicurezza tantissimi settori produttivi in evidenti difficoltà e centinaia di migliaia di posti di lavoro che oggi sono a rischio. Sentiamo questa responsabilità e lavoreremo senza sosta per onorare il nostro impegno davanti ai cittadini, a partire dalla redazione puntuale e tempestiva del piano per le riforme necessario a sbloccare i fondi del Next Generation EU. Continueremo a rimboccarci le maniche, gli slogan sterili li lasciamo ad altri: nessuno ha nostalgia del Papeete.

Il ministro degli Esteri, Luigi Di Maio, è in missione a Tunisi insieme alla ministra dell’Interno Luciana Lamorgese. Con loro ci sono anche i commissari europei agli Affari Interni, Ylva Johansson, e per l’Allargamento e il vicinato, Olivér Varhelyi: non capita spesso. Come dobbiamo leggere questo segnale da parte di Bruxelles sulla Tunisia?

L’importanza del modello tunisino all’interno del mondo arabo e del Mediterraneo travalica ampiamente la sua taglia economica e demografica. Bene che questa missione sia condotta da una rappresentanza politica di questo livello ed è importante che con i ministri Di Maio e Lamorgese ci siano i commissari Johansson e Varhelyi, a sottolineare che la situazione tunisina è cruciale non solo per l’Italia ma per l’Unione europea intera, e non solo per motivi legati alla migrazione. Leggere la cooperazione Ue-Tunisia e sponda Nord-Sud del Mediterraneo solo in chiave migratoria sarebbe un tragico errore. Da ex relatore del Parlamento europeo per la Tunisia ed ex capo osservatore per elezioni locali del 2018 e presidenziali e politiche del 2019 mi sono sempre battuto energicamente per rafforzare in modo consistente lo sforzo europeo per aiutare la Tunisia a uscire dalla crisi socio-economica che la attanaglia, sostenendo la necessità di un grande piano di investimenti che la ancori sempre di più al Green new deal e agli altri programmi chiave europei, attuando pienamente l’approccio del cosiddetto “more for more” nei confronti di un Paese pienamente coerente con i nostri valori democratici. Nel mio rapporto avevo addirittura proposto di convertire il debito in investimenti, ottenendo l’approvazione a larghissima maggioranza del Parlamento europeo.

Cosa rischia l’Unione europea se non agisce?

Il rischio di un’insufficiente azione europea è tanto pericoloso quanto evidente: la geopolitica ha l’horror vacui, e tale lacuna verrebbe ulteriormente riempita da Cina, Turchia, Russia, Qatar e altri paesi del golfo, rafforzando un trend già pericolosamente in ascesa tanto nella regione quanto nel paese, rendendoci sempre più marginali.

Secondo l’Ansa, nel 2020 gli arrivi via mare hanno toccato quota 15.000, quasi il quadruplo rispetto allo scorso anno. I tunisini sono la nazionalità più rappresentata, con 6.500 sbarcati. Aiuti economici in cambio di controlli sulle coste, è sufficiente?

Come ho detto, serve un approccio olistico nei rapporti che affronti anche la questione migratoria, ma tenendo bene a mente che è semplicemente un aspetto all’interno di un quadro ben più delicato e complesso. Impostare una logica di mero scambio porterebbe a una violenta reazione di orgoglio da parte dell’opinione pubblica e dei partiti tunisini. È la logica di un partenariato a 360 gradi e a mutuo beneficio l’unica vincente. Sul fronte sicurezza, registriamo anche alcune note positive: proprio oggi la guardia costiera tunisina ha intercettato una piccola imbarcazione con 16 cittadini tunisini a bordo. Le interlocuzioni dei ministri Di Maio e Lamorgese hanno dato nuovo impulso all’esecutivo tunisino in questo difficile momento di transizione, a seguito della crisi politica. L’Italia deve continuare in questo solco, senza mai esitare a essere vero perno della strategia euromediterranea, rafforzando le politiche di cooperazione e di sostegno a tutto campo e predisponendo le basi per uno sviluppo economico equo e duraturo.

Come muoversi a livello europeo?

Ricordiamoci sempre della necessaria riforma del sistema di Dublino, che attualmente attribuisce ancora una responsabilità sproporzionata agli Stati di primo arrivo che, tra il 2008 il 2017, hanno accolto il 90% dei richiedenti asilo di tutta Europa. Serve dunque un meccanismo di solidarietà obbligatoria, preventiva e permanente che garantisca un’equa ripartizione della responsabilità tra gli Stati membri mediante una ricollocazione rapida basata su criteri obiettivi. Proprio ciò che pretenderemo dal pacchetto di futura presentazione della Commissaria Johansson.

Mercoledì ci sarà un riunione Ue straordinaria sulla situazione in Bielorussia. Berlino minaccia sanzioni. E Roma?

L’Unione europea non può rimanere silente di fronte al deterioramento del rispetto dei diritti umani e delle libertà civili e politiche in Bielorussia. L’esclusione di numerosi candidati dalla corsa elettorale delle presidenziali, i brogli elettorali che sono stati denunciati e la violenza della polizia contro i manifestanti costituiscono delle criticità flagranti che cozzano contro il rispetto dello Stato di diritto: personalmente predico sempre prudenza quanto allo strumento sanzionatorio, che raramente ha ottenuto il risultato sperato e che spesso riverbera i suoi effetti negativi più sulle popolazioni coinvolte, che finiscono quindi per essere punite due volte, che sulle classi dirigenti, senza dimenticare i danni anche per le imprese europee possibilmente derivanti da eventuali contro-sanzioni. Va quindi valutato con grandissima attenzione e cautela, e nel frattempo nessuno sforzo diplomatico deve essere lesinato per persuadere Lukashenko a intavolare un negoziato franco e costruttivo con le opposizioni: non dimentichiamoci che schiacciarsi troppo sull’asse con Mosca lo porrebbe in una situazione di crescente sudditanza nei confronti dell’alleato, riducendo fortemente i margini di sovranità di Minsk, scenario che lo stesso Lukashenko ha visto sempre con sospetto e timore, ostacolando a più riprese i progetti di federazione dei due Stati tanto cari al Kremlino.

È la soluzione?

È un punto sensibile che potrebbe indurlo a concessioni importanti, persino a intraprendere una revisione della Costituzione e della legislazione repressiva attualmente in vigore e ad aprire a nuove elezioni, se verrà utilizzato con saggezza da parte della diplomazia europea, senza metterlo di fronte a una secca scelta amletica del male minore.

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