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Il 12 luglio il blog di Beppe Grillo era tutto un “Virgì, Roma nun te merita”, in versi. Esattamente un mese dopo arriva il “Daje” – che fu slogan di Ignazio Marino – a lanciare la ricandidatura a sindaco di Virginia Raggi e a chiudere definitivamente i conti con la regola interna dei due mandati al massimo, prima di tornare “cittadini”. Regola che ancora due anni fa Di Maio definiva come intoccabile (“mai messa in discussione e non si tocca”), poco prima di esercitarsi in un video-tutorial che introduceva e spiegava il “mandato zero”, e quindi apriva alla possibilità di un terzo mandato. Dunque, quello di Virginia Raggi da consigliere comunale era un mandato zero, non conta. Contano quelli da sindaco. E ora può ricandidarsi, salvo smentite eventuali in arrivo dalla piattaforma Rousseau.

La sua candidatura era nell’aria da tempo e arriva in un momento delicato per la maggioranza di governo. Una maggioranza che fatica a moltiplicarsi e a replicarsi alle elezioni regionali e locali. E che a Roma avrebbe dovuto affrontare un lungo e tortuoso percorso per (non) giungere a un eventuale candidato unitario. Con Raggi in campo il problema è risolto. I 5 Stelle non devono aprire contese interne per trovare un sostituto, il Pd può cercare il suo candidato senza doversi misurare col partner di governo e, insieme, possono provare a vincere al ballottaggio contro il candidato di centrodestra, facendo confluire i voti di un partito sul candidato dell’altro al secondo turno. Questo sembra lo schema, ad oggi. Ovviamente non è uno schema che offre garanzie assolute, ma nel breve termine riduce di parecchio i nodi e le frizioni che sarebbero inevitabilmente arrivati.

Peraltro, è una mossa che anticipa tutti. È noto che da qualche anno scegliere il candidato sindaco di Roma è diventata un’operazione complicata. Già nel 2016 tutti i partiti hanno faticato non poco a individuare i propri candidati: Forza Italia, dopo averne corteggiati inutilmente a decine, ripiegò all’ultimo sull’appoggio a Marchini. Renzi praticamente obbligò Giachetti a portare la “croce” per il Pd. Giorgia Meloni levò le castagne dal fuoco a Fratelli d’Italia e a Salvini candidandosi in prima persona. Solo i 5 Stelle avevano 209 potenziali candidati a sindaco di Roma, ognuno munito di video-presentazione per convincere i votanti del blog nelle primarie online.

Quella del sindaco di Roma è, a mio avviso, la carica istituzionale più complessa e rognosa d’Italia. Negli anni d’oro della Capitale, i suoi ex sindaci hanno comunque finito per essere tritati a livello nazionale. Figuriamoci negli anni recenti, che infatti parlano da soli. Chi fa politica l’ha capito, ormai da tempo, ed evita come la peste quella “poltrona”.

Chi non fa politica, non conosce le “incognite non note” e dunque sottovaluta il compito e i problemi e sopravvaluta i benefici e le proprie capacità. Fu così anche per Virginia Raggi, salita sul colle del Campidoglio a furor di popolo e immediatamente alle prese con innumerevoli problemi, ivi comprese le immancabili inchieste giudiziarie. Da allora, Raggi ha inaugurato una nuova modalità, abbastanza razionale a pensarci bene. Nell’era della campagna permanente e dell’ipercomunicazione, in cui i politici cercano visibilità a tutti i costi per evitare di sparire dal percepito popolare, lei ha scelto la (quasi) invisibilità, verosimilmente in accordo con il duo Casalino-Casaleggio, ossia con chi gestiva verticisticamente il marketing politico del MoVimento.

Perché è razionale questa scelta? Perché ogni esposizione mediatica del sindaco di Roma, anche fosse per qualcosa di palesemente positivo, reca con sé una coda di boomerang che finisce per ribaltare il rapporto problemi-benefici. E più si prova a recuperare con altre mosse “visibili”, più i boomerang aumentano, fino a decretare un danno d’immagine definitivo da cui il sindaco non potrà più riprendersi. È un circolo-vizioso sistemico, che dipende dal fatto che si amministra la Capitale (non una città qualsiasi), dal fatto che essa ha una serie di problemi sedimentati e strutturali difficilissimi da risolvere, ma sempre utili per essere rinfacciati a chi governa, dal fatto che i media hanno sempre i riflettori accesi su Roma più che su ogni altra città (in quale altra città si sarebbe discusso sulle TV nazionali della Panda del sindaco?) e dal fatto, conseguente, che ciò che succede a Roma ha ripercussioni sull’opinione pubblica nazionale, non solo locale. Proprio questa è la ragione per cui Renzi “sfiduciò” Marino e per cui Raggi a un certo punto è stata “silenziata” dall’alto: la capitale era diventata un magnete di consensi negativi, a livello nazionale.

Roma è un buco nero che nella migliore delle ipotesi ti fa uscire incensurato e con un’immagine tale da poter ancora uscire per strada senza essere coperto di insulti. Ma deve proprio andarti bene.

Per questo reputo logica, per quanto non vincente, la scelta difensiva del “sindaco invisibile” adottata da Virginia Raggi. Logica perché riduce i danni, evita la “cerimonia cannibale” dei politici sovraesposti che si consumano in tempi rapidissimi come candele al vento e passano da eroi a capri espiatori in men che non si dica. Non vincente, perché nell’invisibilità del sindaco la città sembra senza timoniere, autogestita. Noi tutti ci creiamo e ci raccontiamo una realtà che è totalmente plasmata dal percepito; e se il sindaco sparisce dal percepito, sparisce dalla nostra realtà e non suggerisce contronarrazioni alla città in declino. Difficilmente quando ricomparirà, al momento delle elezioni, potrà convincerci di aver cambiato Roma. E altrettanto difficilmente, dopo 5 anni potrà presentarsi come la novità da votare.

Cambiare Roma è il mantra elettorale di tutti, specie da quando la capitale è diventata un baratro politico e, purtroppo, una città che arranca. Il cittadino-consumatore ha bisogno di stimoli nuovi, continuamente. È questa la prima ragione per cui i cicli dei leader si sono accorciati clamorosamente. Chi si sovraespone si consuma, ma chi sparisce, sparisce. Tertium non datur, al momento. E se è così, avremo presto un nuovo brand ribelle e convincente a cui affidare le chiavi della città, per cestinarlo in tempi rapidi, of course, anche con un certo gusto.

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