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L’inasprimento del regime sanzionatorio contro l’Iran, la cosiddetta strategia della “massima pressione”, secondo il pensiero dell’amministrazione Trump sarebbe dovuto servire a creare una cortina di isolamento attorno alla Repubblica islamica – accusata di procedere clandestinamente sul programma nucleare, sebbene il Jcpoa; di costruire nuovi missili balistici per portarsi avanti col lavoro; di sovvertire gli instabili equilibri regionali attraverso vettori di influenza come i partiti milizia fedeli a predicazioni e soldi degli ayatollah; in definitiva di avere obiettivi egemonici nel Medio Oriente secondo interessi tutt’altro che allineati a quelli degli Stati Uniti e dei principali alleati (leggi Israele e Arabia Saudita).

Stando ai fatti, le pressioni hanno spostato equilibri e aperto alla spinta della strategia “go-east” iraniana che sta portando Teheran a rinvigorire gli accordi cooperativi con Pechino e Mosca; e inoltre attorno all’Iran si è creato un dialogo interessato da parte di Turchia e Emirati Arabi Uniti, paesi sunniti che davanti alla reciproca rivalità preferisco parlare col nemico.

Secondo un documento ottenuto per primo dal New York Times meno di un mese fa, il partenariato in costruzione con la Cina prevederebbe ambiti ampi come il settore ferroviario e portuale, quello bancario, il petrolifero (la Cina è cliente iraniano e del Golfo) e delle telecomunicazioni. Non solo però: iraniani e cinesi inizierebbero la condivisione di intelligence, avvierebbero laboratori per la ricerca militare congiunta, e esercitazioni congiunte (la cui prova generale s’è svolta questo inverno nelle acque dell’Oceano Indiano davanti al Golfo dell’Oman).

L’Iran isolata cerca la Cina e i suoi capitali; la Cina accetta molto volentieri perché la Persia è un bottino interessante. Utile snodo sulla Via della Seta terrestre, valido appoggio lungo il Filo di Perle – il link marittimo tra i porti che vanno da Malacca al Mediterraneo – gioiello prestigioso per rappresentarsi al mondo come alternativa globale agli Stati Uniti.

Sull’accordo si giocano equilibri delicati. Innanzitutto interni a Teheran, dove gli oppositori non mancano: la Cina è percepita come un Dragoneaffamato e il rischio evidente per i detrattori – che da quattro anni soppesano l’accordo – è di finire fagocitati. L’accordo come perdita di sovranità.

Ma sembra inevitabile lo scarrellamento a questo punto, visto che le sanzioni secondarie statunitensi rendono impossibile l’investimento dall’Occidente e i flussi petroliferi – cassaforte degli ayatollah – sono praticamente distrutti. Per certi versi, si sta verificando con l’Iran quello che la dottrina dietro a Donald Trump teme con la Russia: isolarla potrebbe farla finire verso la Cina. La Russia appunto, parte di questo threesome golfistico non certo inedito, che vive con la Cina le stesse ansie degli iraniani (finire per essere inghiottita dalle fauci del Dragone).

A fine luglio, il rappresentante internazionale delle posizioni pragmatiche iraniane, il ministro degli Esteri Javad Zarif, era a Mosca a rinnovare un accordo ventennale che scadrà il prossimo marzo. Si parla di forniture di armamenti e di cooperazione sul nucleare.

Il gioco è doppio: mentre Teheran cerca d’uscire dall’isolamento, muove verso un bilanciamento tra le due potenze. Cina e Russia sull’Iran hanno obiettivi simili, e Zarif sa bene che rischiare di esporsi sarebbe deleterio. Contemporaneamente, accordarsi con entrambe potrebbe metterle in competizione – e su un territorio dove i cinesi sono meno esperti dei russi, e più spaventati dal giocare un partita a due facce con Iran e con i nemici dell’Iran (leggasi: Israele per i porti, l’Arabia Saudita e gli Emirati per petrolio e influenze).

La tradizione strategica iraniana rigetta l’alleanza formale con grandi potenze. Ne è testimonianza le avversità, come detto, con cui l’accordo coi cinesi è stato accolto dai parlamentari – gli intellettuali conservatori e sovranisti l’hanno paragonato all’intesa ottencentesca con cui la Persia svendette il proprio territorio a sfere di influenza russe e inglesi. Il punto è che adesso la crisi economica morde e lo scontento popolare non è mai stato così alto. Ricevere la copertura esterna attraverso finanziamenti che possano rilanciare il ciclo economico-industriale-commerciale sarebbe fondamentale.

E c’è anche una partita secondaria giocata da quelle due potenze e di riflesso dall’Iran: a ottobre scadrà l’embargo sulle armi (contenuto nel Jcpoa del 2015) che Usa e alleati intendono rinnovare all’Iran. È possibile che Washington possa percepire un eccessivo e svantaggioso avvicinamento della Repubblica islamica a Cina e Russia – che su quell’embargo hanno altri obiettivi – e dunque aprire qualche spiraglio? Si parla da tempo della possibilità che con la nuova amministrazione (qualunque essa sia, forse) gli Usa possano riaprire qualche forma di dialogo con Teheran d’altronde. Una mossa che potrebbe essere anche nell’interesse di russi e cinesi; di sicuro degli italiani.

iran teheran

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