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Un brand italiano che sposta la sede legale (ma la produzione resta ben piantata qui) in un Paese dove si pagano meno tasse, magari in Olanda. Film già visto. Fca, su tutti, ma anche Mediaset, Cementir, Luxottica e Ferrero, quest’ultima però in Lussemburgo. Ora tocca a Campari e l’Italia paga il conto di certa indifferenza tutta politica. Gli azionisti dello storico marchio italiano nato nel 1860 (in primis la famiglia Garavoglia, tramite la cassaforte Lagfin che detiene il 51% del capitale) e che oggi fattura 1,8 miliardi e fa base a Sesto san Giovanni, alla fine di marzo hanno dato il via libera definitivo allo spostamento della sede legale nei Paesi Bassi, mentre quella fiscale rimarrà in Italia.

Libero mercato, si dirà. Forse, ma a rimetterci però è quasi sempre l’Italia e il suo Pil. Perché spostare la sede legale vuol dire versare tasse in un nuovo Paese. E con la holding di solito si muove anche un certo indotto: consulenza, audit, avvocati… con il risultato che il nostro Paese perde entrate non certo trascurabili, nonostante i ricavi vengano generati sempre qui, negli stabilimenti italiani.

Lo ha sottolineato anche il premier Giuseppe Conte, in una recente intervista, nel quale oltre a criticare l’atteggiamento di certi Paesi (Olanda, proprio lei, in testa) verso l’uso degli eurobond, attaccava proprio la natura di paradiso fiscale del Paese dei tulipani. “L’Olanda è anche tra i Paesi che si avvantaggiano molto del contributo delle imprese italiane. Perché molte grandi imprese che pure hanno i principali stabilimenti in Italia e ricavano i maggiori profitti nel nostro Paese poi beneficiano della legislazione fiscale olandese, molto più conveniente”, ha detto Conte. E non è stato da meno l’ex ministro dell’Economia, Giulio Tremonti, che in una recente intervista a Formiche.net, ha definito l’Olanda un Paese che importa holding.

Ma cosa può fare il governo italiano dinnanzi a tutto questo? Perché se è vero che da una parte il nostro esecutivo si sta prodigando giustamente, attraverso il Golden power, per impedire che le imprese che decidono di rimanere vengano acquisite, non si può dire avvenga lo stesso per impedire che le stesse aziende se ne vadano all’estero con le loro gambe. Un filtro in entrata, insomma, ma non in uscita.

Un esperto qualificato spiega a Formiche.net cosa c’è dietro la scelta di certe aziende. Tutto ruota intorno ai diversi trattati stipulati dall’Italia in passato al fine di evitare a un’azienda di dover pagare le tasse in due Paesi differenti ma che hanno stipulato l’accordo. Quello con l’Olanda è datato 1990. “Lo spostamento delle sedi legali in Olanda e Lussemburgo è qualcosa che accade da molto tempo. La scusa, in parte vera, sono spesso le norme locali per gestire meglio le società. Ma per l’Italia c’è un danno: questi spostamenti, cambi di sede non sono indolore”, spiega.

“Il punto è che se è vero che il Fisco è attento in queste situazioni, e spesso fa accertamenti, non dimentichiamoci di quelli fatti su Fca stessa, in questo momento in cui l’Olanda sembra fare la furba sugli eurobond, deve esserlo ancora di più. Perché è vero che se io delocalizzo porto fuori solo la holding. Ma è anche vero che questo vuol dire non pagare più le tasse in Italia. È un aspetto di cui tener conto. Ricordiamoci che l’Olanda può beneficiare di tutto ciò perché siamo in un mercato comunitario, altrimenti lo Stato Italiano non consentirebbe a un’azienda di spostarsi così. Occorre verificare, controllare, stare insomma ancora più attenti ai movimenti di chi decide di mettere la sede legale in altri Paesi”, spiega ancora l’esperto. E pensare che l’Italia “potrebbe anche denunciare quel trattato. Si può”.

In ogni caso vale la pena chiedersi il perché di tale inerzia politica nel tentare di arginare simili operazioni in uscita, che certo non bene fanno al nostro Pil.

Golden Power? Il paradiso (fiscale) non attende. E l’Olanda si beve lo Spritz

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