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In queste ultime settimane gli apparati statunitensi (in questo caso: Dipartimento di Stato, Pentagono e intelligence) hanno voluto preparare con buon anticipo il perimetro della conversazione telefonica tra Donald Trump e Vladimir Putin. Mentre il presidente americano cerca il contatto con l’omologo russo, con la volontà di riallacciare le relazioni internazionali con Mosca, un pallino fin dall’inizio della campagna elettorale, le strutture interne all’amministrazione mantengono una posizione severa. Forse come non mai, anche grazie a una possibilità di azione più ampia visto che in questo momento la Casa Bianca è concentrata sulla pandemia, e sulla rielezione.

E così, quando martedì i due presidenti si sono trovati a parlare di come combattere il coronavirus e come facilitare il rilancio dell’economia globale, su Putin pendeva una serie di accuse e denunce piovute dall’amministrazione Usa nel giro di breve tempo. A cominciare dall’inaffidabilità di Mosca nel contesto libico. Il comando Africa del Pentagono pubblica periodicamente immagini che dimostrano la presenza di asset militari russi sul lato del conflitto che si oppone al governo sotto egida Onu di Tripoli, mentre il Cremlino continua a negare ogni coinvolgimento.

Ma è solo un esempio. Nell’ultimo mese il dipartimento di Stato ha sanzionato Ramzan Kadyrov, il leader ceceno amico di Putin, accusandolo di atrocità e violazioni del diritti umani; l’intelligence ha reso pubblici i tentativi di sottrarre informazioni cruciali sul vaccino per il Covid anche alle società americane impegnate nella ricerca da parte di un gruppo di hacker del Cremlino; lo Space Command ha denunciato il tentativo russo di testare un’arma spaziale usata da un satellite orbitante; qualcuno tra Cia e Pentagono ha passato ai giornali informazioni che riguardano un piano con cui il servizio segreto militare russo avrebbe offerto soldi ai Talebani in cambio dell’uccisione di militari occidentali in Afghanistan.

Sono messaggi chiari. La Russia è considerata da una parte delle strutture dello Stato americano una potenza rivale, un nemico di cui non è possibile (per ora) fidarsi, perché opera in modo ostile e competitivo (dove la competizione non è soltanto fisiologica, ma è fatta di intralci contro gli altri concorrenti).

“Comportamenti maligni” è il termine usato dagli alti ufficiali statunitensi per definire queste azioni.

Il presidente non ha mai avuto grande feeling con parte degli apparati, sopratutto con le agenzie di intelligence, che potrebbero voler dire la loro in questa delicata fase elettorale.

Sembra che – come successo in vari momenti dell’era Trump – davanti alla frustrazione data da un presidente che non apprezza i briefing di intelligence, anziché tenerle rinchiuse nei fascicoli riservati sul tavolo dello Studio Ovale alcune informazioni sensibili vengano spesso rese pubbliche. Un escamotage per non rischiare secretazioni in nome del dialogo con Putin?

fredda

Trump-Putin, perché l'intelligence Usa non tifa il dialogo

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