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La Cina ha avviato nuove contromisure commerciali contro gli Stati Uniti, riaccendendo lo scontro tra le due economie a poche settimane dal previsto incontro tra Donald Trump e Xi Jinping a Pechino, a metà maggio.

La mossa arriva in risposta alle indagini avviate da Washington sulle esportazioni cinesi, nell’ambito della sezione 301 del Trade Act, rilanciate dopo che la Corte Suprema americana ha invalidato parte dei dazi introdotti dall’amministrazione Trump. Pechino ha reagito annunciando verifiche sui cosiddetti ostacoli commerciali imposti dagli Stati Uniti, segnalando la volontà di difendere i propri interessi con strumenti speculari.

Il segnale è duplice. Da un lato, la Cina vuole mostrare continuità nella propria linea di resistenza alla pressione commerciale americana. Dall’altro, mantiene un tono politico relativamente contenuto in vista del vertice bilaterale, evitando un’escalation retorica che potrebbe compromettere il dialogo.

Negli ultimi mesi, il confronto si è progressivamente esteso oltre i dazi, investendo nodi strutturali delle catene del valore globali. Washington accusa Pechino di distorsioni sistemiche — dalla sovracapacità industriale nei settori “verdi” all’uso di restrizioni sulle esportazioni di materie prime critiche come terre rare e fertilizzanti — mentre la Cina denuncia unilateralismo e violazioni delle regole del commercio internazionale.

Sul fronte marittimo, un ulteriore elemento di frizione riguarda la recente vicenda di Panama. La decisione delle autorità panamensi di rimuovere la gestione portuale alla società di Hong Kong CK Hutchison Holdings — poi sostituita da operatori legati a gruppi occidentali — è stata letta a Pechino come un segnale di crescente pressione americana nell’area del Canale.

In questo contesto, secondo fonti statunitensi, l’intensificazione dei controlli su navi battenti bandiera panamense nei porti cinesi potrebbe rappresentare una forma di risposta indiretta. La dinamica evidenzia come la competizione commerciale tra Washington e Pechino stia progressivamente estendendosi anche agli snodi logistici globali, con implicazioni rilevanti per le catene di approvvigionamento e il traffico marittimo internazionale.

Il precedente più recente resta la tregua negoziata lo scorso anno, quando le restrizioni cinesi sull’export di materiali strategici avevano costretto gli Stati Uniti a moderare la propria linea tariffaria. Quell’equilibrio appare oggi sempre più fragile.

Nonostante ciò, entrambe le parti sembrano voler mantenere aperto uno spazio di stabilizzazione. L’obiettivo dichiarato resta quello di un commercio più equilibrato e prevedibile, ma il contesto suggerisce una competizione strutturale destinata a proseguire.

In questo quadro, il vertice di maggio assume un valore cruciale: più che risolvere le divergenze, servirà a definire i limiti entro cui la rivalità economica tra Washington e Pechino potrà essere gestita senza degenerare in una nuova guerra commerciale aperta.

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