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Il ruolo dei media nella guerra dell’informazione scoppiata fra Usa e Cina e combattuta sul campo Covid-19 è ben evidenziato dal video pubblicato il 12 maggio sul canale YouTube della Nato dal titolo “How is Nato responding to disinformation on Covid-19”?

In ordine (crono)logico il video stabilisce la prima regola della strategia controinformativa occidentale: ignorare la propaganda avversaria per evitare di accreditarla e di amplificarne la circolazione. La seconda è creare una base informativa comune: con un gioco di enfatizzazioni grafiche piuttosto ingenuo, il video (minuto 0,53) precisa che Nato regularly shares information and insight with allies and partners per poi aggiungere and counters false narratives.

L’uso del connettivo logico ⋀ invece della costruzione di un rapporto mezzo-fine cambia il senso complessivo del messaggio: la Nato condivide le informazioni E combatte le false narrative significa qualcosa di diverso da la Nato condivide le informazioni per combattere le false narrative. La differenza è sottile, ma sostanziale: la condivisione delle informazioni è presentata come un valore in sé e non come uno strumento per un fine (cosa che, in realtà, è).

La terza regola è fornire “fatti” ai giornalisti. Dopo avere enunciato graficamente questa parola d’ordine, il video lascia la parola al segretario generale della Nato, Jens Stoltenberg, che dichiara: “Credo che la migliore risposta alla disinformazione e alla propaganda sia una stampa libera e indipendente, sia il lavoro dei giornalisti. Quando pongono domande scomode, propaganda e disinformazione non avranno mai successo”. Avere a disposizione “fonti autorevoli” e non contestabili consente ai giornalisti di dare coerenza a tesi che, altrimenti, sarebbero solo ricostruzioni artificiose di fatti privi di collegamento fra loro. Autoattribuirsi il potere di affermare “la verità” tramite la selezione dei datti da presentare all’opinione pubblica è l’elemento centrale di tutta la strategia di comunicazione: è il gancio al quale si appende la catena dell’informazione.

La quarta è il controllo della diffusione della disinformazione tramite “gruppi di ricerca” per misurare l’impatto della disinformazione, identificare gli “untori” e “vaccinare” il pubblico contro il virus della propaganda… nemica. In altri termini: fare in modo che la propaganda dei “buoni” venga creduta, in modo da disinnescare gli effetti deflagranti di quella avversaria.

Anche in questo caso, come in quello della conferenza stampa del segretario di stato Usa, Mike Pompeo, sulle responsabilità della Cina nella diffusione del coronavirus e la risposta cinese affidata a un cartone animato, siamo di fronte a una schermaglia nella quale le parti utilizzano la “dottrina Goebbels” e quella che ho definito “la seconda legge della propaganda”.

Così, alla ripetizione martellante di una narrativa fino al punto di farla percepire come “vera”, si affianca la proliferazione di “fonti” più o meno affidabili dalle quali sgorga un flusso di notizie talmente articolato da complicare oltremodo la percezione di un fenomeno e indurre il pubblico a compiere un atto di fede: non capisco, ma se lo dicono “gli esperti”, sarà vero.

In questa partita, i media giocano un ruolo essenziale sia in termini di aperta adesione ad uno schieramento sia in quanto vittima di una strumentalizzazione più o meno inconsapevole del loro ruolo. Ad articoli “partigiani”, dunque, si affiancano “inchieste” e “scoop” resi possibili da “documenti confidenziali” e altre informazioni “sfuggite” allo stretto controllo delle strutture istituzionali. A volte è veramente così, come nel caso Snowden, altre volte si tratta di buchi lasciati volontariamente aperti per lasciare uscire ciò che serve a far partire una indagine giornalistica “esclusiva”.

La funzione dei media nella strategia controinformativa occidentale è chiara: in assenza di prove gli obiettivi sono, da un lato, consolidare una contronarrativa sulla scarsa trasparenza cinese, e dall’altro usare la “credibilità” dei mezzi di informazione per amplificare questa posizione, desensibilizzare la popolazione occidentale insinuando il dubbio in quella sottoposta all’influenza – diretta o indiretta – del “nemico”.

Ciò significa, detto in modo ancora diverso, che da questo lato della Cortina di ferro metodi e obiettivi sono gli stessi delle controparti asiatiche anche se gli approcci possono essere differenziati in funzione delle particolarità antropologiche delle popolazioni verso le quali sono dirette queste attività.

Del resto, a prescindere dal calibro, un proiettile fa sempre lo stesso lavoro, sia che venga sparato da Est, sia che parta da Ovest.

La contronarrativa occidentale sulla disinformazione che arriva da Est

Di Andrea Monti

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