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La cascata di soldi in arrivo da Bruxelles non basta, non ancora. Il 47% degli europei, quasi la metà, crede che l’Ue sia stata “irrilevante” durante la pandemia del Covid-19. È la fotografia che emerge da un sondaggio dell’Ecfr (European council on foreign relations). “In ogni Paese sondato in media c’è più gente che crede questo rispetto al contrario”, scrivono gli autori della ricerca Ivan Krastev e Mark Leonard. Picchi di sfiducia record in Francia, dove a definire l’Ue irrilevante è il 58% dei cittadini, seguita da Portogallo (52%), Bulgaria (50%), Polonia (48%).

EUROSCETTICI MA NON SOVRANISTI

Il quadro non è più roseo quando agli intervistati viene chiesto se l’Ue sia stata all’altezza della crisi. Qui il 46% crede che “non si sia presa le sue responsabilità”. In cima al podio l’Italia (63%), poi la Francia (61%), poi la Spagna (52%). Il semaforo giallo dei cittadini Ue a Bruxelles ha però un effetto collaterale: invece che frenare, invita ad accelerare la corsa nella cooperazione. Ben il 63% crede infatti che l’uscita in fondo al tunnel si possa raggiungere “con una più forte cooperazione europea”. The Guardian ne dà una lettura politica: “In Italia, il 76% (cifra che comprende gli indecisi, ndr) vuole una ripresa firmata Ue e solo il 16% ritiene che la pandemia abbia messo la Lega di Matteo Salvini sotto una luce migliore”. Perché l’equazione meno europeismo, più euroscetticismo questa volta non ha funzionato? Il paradosso in parte si spiega “dal modo in cui la crisi ha dato ai cittadini la percezione che i loro governi siano stati abbandonati da soli in un mondo sempre più pericoloso”, scrivono gli autori. Insomma, meglio male accompagnati, che soli, e sovranisti.

IL TERREMOTO GEOPOLITICO

Non si scopre oggi che la pandemia è stata un sisma anche sul piano geopolitico. Certo destano un po’ di stupore i dati dell’Ecfr che spiegano come è cambiata in Europa la percezione dei due più grandi attori sullo scacchiere internazionale: Usa e Cina. Per il 59% degli intervistati è peggiorata l’immagine dello zio Sam. I più allergici sono i danesi (71%), i portoghesi (70%), i tedeschi (65%). Più equilibrata l’Italia, dove comunque una maggioranza relativa (48%) non stravede per l’alleato americano. L’altra faccia della medaglia presenta un quadro inedito. Il 48% degli europei pensa che la Cina abbia subito un danno di immagine con la crisi, il 40% non ha cambiato idea, il 12% (il doppio del sondaggio sugli Usa) pensa che ne abbia giovato. Anche qui, il diavolo è nei dettagli. L’Italia (22%) assieme alla Bulgaria (23%) svetta infatti come Paese che vede sotto una luce migliore Pechino all’indomani dell’emergenza.

IL CASO ITALIA

L’Italia merita qualche parola in più. Il sondaggio Ecfr non fa infatti che confermare una narrazione che da tempo si è fatta largo fra i media occidentali, quella che descrive lo Stivale come approdo sicuro delle mire cinesi. Proprio oggi l’inglese Telegraph è uscito con un fondo dal titolo eloquente, “Tradita dall’Ue, l’Italia si rivolge alla Cina”.

“Un ruolo ha giocato la percezione diffusa che gli aiuti cinesi e russi, seppur simbolici a confronto di quelli europei, siano arrivati prima e abbiano suonato un campanello d’allarme per l’Ue”, dice a Formiche.net Arturo Varvelli, Senior policy fellow e direttore dell’Ecfr a Roma. Le cifre sull’Italia, continua, si spiegano “perché è stato il primo Paese colpito, il primo soccorso” ma segnalano anche “un disancoramento dell’opinione pubblica dai tradizionali pilastri della politica estera, Ue e Usa”. Qui la responsabilità è anche di chi, chiosa Varvelli, “si ostina a farsi promotore di un’Italia pontiere fra Washington e Pechino, senza capire che questo ruolo di mediazione è possibile solo con un forte ancoraggio. Senza radici si rimane in balia dei venti”.

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