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Il coronavirus è entrato nelle vite degli italiani sconquassando le esistenze quotidiane. L’apprensione per la diffusione del virus è passata dal 48% di fine febbraio al 90% di metà marzo. La paura di ammalarsi è lievitata, sempre nel medesimo arco temporale, dal 28% al 68%. La pandemia è piombata sulle coscienze sonnacchiose e distratte di una società consumeristica di massa attraversata per decenni dal profumo inebriante del senso di onnipotenza dei suoi membri; avvolta nel mito del tutto e subito e avviluppata in un egotismo esasperato e poco incline ad autolimitarsi; propensa a ritenere che le regole valgano per tutti ma non per se stessi; impegnata nella ricerca di scorciatoie e amante delle furbetterie. Nonostante il permanere di alcuni tratti tipici dell’italico animus, il Paese – tra paure e resistenze, angosce e ansie, superficialità e preoccupazioni – ha iniziato a fare i conti con quanto sta accadendo. L’epidemia, la clausura forzata, la cronaca quotidiana degli eventi stanno incidendo sulle coscienze delle persone e il 50% degli italiani afferma di stare “ripensando a quelle che sono le cose davvero importanti nella vita”.

Ma quali sono gli elementi che stanno entrando in discussione? Quali sono i paradigmi che stanno mutando? Uno dei primi ambiti a entrare in fibrillazione è il rapporto tra le persone, il senso di benessere, la salute e la scienza. L’esperienza del coronavirus rimette in discussione alcuni assunti e alcune esasperazioni antiscientifiche, riportando all’attenzione dell’opinione pubblica il ruolo delle competenze medico-scientifiche. I soggetti in cui le persone oggi leggono tracce di saggezza comportamentale sono in primo luogo i medici (91%) e gli scienziati (89%), che sopravanzano tutte le altre categorie sociali e professionali. Non si tratta solo di un ritorno di fiducia. Potrebbe esserci, in fieri, una riattivazione del valore delle competenze e del sapere, nonché l’esigenza di consolidare il ruolo di quegli attori sociali che favoriscono l’intessitura di legami e reticoli comunitari, che si occupano della sicurezza, della tutela e della cura delle persone. Vanno in questa direzione i giudizi alti e positivi assegnati alle Forze dell’ordine (81%), al volontariato (78%) e ai cooperatori (57%).

Un secondo ambito che potrebbe essere intaccato dall’esperienza di queste settimane è quello relativo a tre temi, tra loro legati: il senso di onnipotenza e inattaccabilità delle persone; l’abitudine ad anteporre la soddisfazione del sé rispetto alla salvaguardia del noi e la tendenza a ricercare risposte individuali a problemi generali. Il principale insegnamento che, di fronte al Covid-19, gli italiani affermano di aver maturato, è legato alla percezione della propria vulnerabilità (“siamo tutti vulnerabili”, 46%). Per i Millennials (i nati tra il 1980 e il 1996) e la Generazione Z (i nati tra il 1997 e il 2010), invece, quanto sta accadendo porta alla luce tre elementi: la convinzione che le persone “non sanno fare sacrifici” (37%); la sensazione di vivere in una società “marcata da un alto tasso di egoismo” (34%) e, infine, il convincimento che “ci sono cose di cui si può fare a meno” (32%). L’esplodere del senso di impotenza, il distanziamento sociale forzato, la rinuncia della socialità, la paura di ammalarsi e contrarre il virus hanno generato nelle persone una moltitudine di sensazioni.

Ogni individuo, ovviamente, reagisce in modo differente, ma vi sono elementi che accomunano le persone come, ad esempio, il senso di impotenza (37%, in aumento del 5% rispetto ai primi di marzo), l’angoscia (22%, in salita di 5 punti), il senso di mancanza di protezione (16%), la dimensione della fragilità esistenziale (14%). Di fronte e in relazione all’amplificarsi delle sensazioni angustianti, cresce anche il bisogno di ricostruire ambienti di fiducia che, come rimarca il sociologo inglese Anthony Giddens, sono l’antidoto agli ambienti di rischio. Una necessità che ritroviamo in quel 33% degli italiani. La ricerca di nuove forme di comunanza è evidenziata, inoltre, da altri due fenomeni in transizione: la riduzione delle spinte individualistiche e la crescita del bisogno di impegnarsi maggiormente per il Paese. Nel 2018, il 41% degli italiani riteneva giusto che le persone scegliessero le proprie azioni e identificassero i propri valori con l’unico obiettivo di soddisfare pienamente le proprie esigenze di vita. Oggi la quota di persone che condivide una filosofia comportamentale iper-individualistica è scesa al 28%.

Più o meno un anno fa, nella primavera 2019, la percentuale di italiani che concordava con l’affermazione “Non chiedere che cosa il Paese può fare per te,ma domandati che cosa tu puoi fare per il tuo Paese” superava in modo risicato la metà della popolazione (52%). Oggi il dato è volato al 71%. L’emergenza sanitaria e le molteplici conseguenze che porta con sé, genera tassi di preoccupazione con gradazioni che vanno dall’ansia all’angoscia. La principale fonte di apprensione è legata al quadro economico. Essa coinvolge l’85% degli italiani, di cui 39% mostra segnali di angoscia. Secondo tema di inquietudine riguarda la salute degli anziani, con l’85% di persone preoccupate (di cui il 38% evidenzia stati di angoscia). Il terzo aspetto è relativo alla propria salute (77% di preoccupati, di cui il 30% prova angoscia). Scendendo nella scala incontriamo altri tre temi: il 65% è angustiato dalle prospettive per il futuro dei figli (il 28% vive il tema con angoscia); il 62% (di cui il 28% angosciato) degli italiani ha paura che chiudano i supermercati alimentari e infine, il 59% (di cui il 23% angosciato) ha paura di perdere i livelli di benessere.

Un ulteriore capitolo da affrontare, per comprendere le dinamiche generate dall’emergenza sanitaria, riguarda i comportamenti quotidiani. Partiamo dal lavoro: il 21% lavora di meno rispetto al passato, il 21% continua a lavorare, ma in modo diverso, l’8% lavora più di prima, mentre il 50% continua a lavorare come prima. Un mutamento significativo, denso, coinvolge il tema della ricerca di informazioni: il 52% afferma di informarsi di più rispetto a prima. Ad aver incrementato la spinta a informarsi sono i giovani (+4% rispetto la media) e il ceto medio (+5%). In evoluzione anche il tempo dedicato a riflettere e pensare (il 38% che afferma di farlo di più), a guardare la televisione, a leggere e a pregare. Stare davanti al grande schermo è in crescita per il 37% degli italiani, soprattutto tra i giovani (con un +20% rispetto al dato medio). L’incremento del tempo dedicato alla lettura è in aumento per il 27% degli italiani, con in prima fila le donne (+4% rispetto alla media), le persone appartenenti al ceto medio e i giovani della Generazione Z (entrambi +3% rispetto al dato medio). Infine, il 19% afferma di pregare di più rispetto al passato. La clausura casalinga imposta dal Coronavirus ha fatto riscoprire a molte persone il senso e il valore del dialogo familiare. Il 29% degli italiani afferma di aver incrementato il rapporto e il confronto con i propri figli e il 27% di aver ampliato e rafforzato il dialogo con il proprio compagno o compagna.

Covid-19 potrebbe mutare alcuni importanti paradigmi culturali, sociali e politici. Potrebbe incidere sugli stili esistenziali, comportamentali e di consumo, nonché sul rapporto individuo-collettività-comunità. Potrebbe essere all’origine di un ulteriore smottamento del ceto medio e di un ennesimo allargamento della forbice tra le classi sociali. Potrebbe contribuire a riformulare ulteriormente la relazione tra sviluppo economico e ambiente, nonché quella tra scienza, tecnologia e benessere. Potrebbe originare un ridisegno del campo politico, dei driver di voto e dell’asse su cui si confrontano gli schieramenti politici, riavviando, al contempo, ripensamenti sul rapporto tra gestione pubblica e privata dei servizi. Il tempo ci dirà quali ambiti subiranno effettivamente una metamorfosi e, soprattutto, in che termini e in che direzione si orienteranno i processi in transizione.

Gli italiani alla prova coronavirus. Il day after secondo Risso (SWG)

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