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Luigi Di Maio non lascia il Movimento 5 Stelle. Lascia la guida, ma è intenzionato a seguire le sorti del movimento fino alla fine. O meglio del partito, se  è vero che gli Stati generali di marzo apriranno una nuova fase istituzionale di una forza politica che in dieci anni è entrata senza bussare nel palazzo e ne è diventata una colonna portante, sia pure scossa di continuo dalle crisi esterne e soprattutto interne protagoniste della stagione di governo.

In un Tempio di Adriano che più stracolmo non poteva essere, fotografi e cronisti inclusi, il ministro degli Esteri ha ufficializzato la decisione comunicata questa mattina a Palazzo Chigi ai ministri pentastellati: il passo indietro (o di lato) dalla guida politica del Movimento.

“Per stare al governo serve essere presenti sul territorio in maniera organizzata: ci ho lavorato un anno e ho portato a termine il mio compito. Ora inizia il percorso verso gli Stati generali dove voglio portare qualche bella idea per l’Italia. Io comunque non ci penso però per nulla a mollare”, ha detto Di Maio. “È giunto il momento di rifondarsi: oggi si chiude un’era. Ed è per l’importanza di questo momento che ho iniziato a scrivere questo documento un mese fa”, ha continuato l’ex leader del M5S, rivendicando di aver lavorato per far crescere il Movimento e proteggerlo dagli approfittatori e dalle trappole lungo il percorso, anche prendendo scelte dure e a volte non facili da comprendere. “La storia ci dice che alcuni la nostra fiducia l’hanno tradita ma per uno che ci ha tradito almeno dieci quella fiducia l’hanno ripagata”.

Due parole, “non mollo”, diradano voci e dubbi di un’eclissi del giovane (ex) capo politico. Il politico di Avellino passa sì la mano alla guida del Movimento, ma ne rimarrà animatore, e supervisore. Lo ha detto senza mezzi termini di fronte ai facilitatori regionali: “Il Movimento ha smesso di pensare con gli schemi di destra e sinistra. La nostra forza è eterogenea”. Un messaggio eloquente a chi, da marzo, prenderà il timone. Niente sterzate, né tantomeno fusioni con il variegato e litigioso universo della sinistra italiana. Di Maio ha fatto della “via media” un segno distintivo, e la sua visione di un Movimento “ago della bilancia” rimarrà a mo’ di monito per chi immagina un re-styling in salsa progressista.

Di Maio, insomma, resta eccome, e agli Stati generali illustrerà “qualche idea per l’Italia”. L’annuncio è vago ma sembra presagire una proposta diversa da quelle avanzate in questi mesi per un riassetto organizzativo del Movimento.

Sullo sfondo rimane la nota amara delle lotte intestine, che il ministro degli Esteri ha richiamato con una dura invettiva a piazza di Pietra: “Abbiamo tanti nemici, qualcuno che resiste e che ci fa la guerra. Ma nessuna forza politica è mai stata sconfitta dall’esterno: i peggiori nemici sono quelli che al nostro interno lavorano non per il gruppo ma per la loro visibilità. Deve finire l’epoca in cui alcuni stanno nelle retrovie e vengono avanti solo per pugnalare alle spalle”.

In conclusione un chiarimento: il governo non cade. Né per il cambio di guardia nel Movimento, né, sottinteso, per un deludente risultato alle regionali in Emilia-Romagna già ampiamente presagito dai sondaggi.

I Cinque Stelle guardano al futuro, “abbiamo cinque anni”, chiarisce Di Maio a scanso di equivoci. È un momento delicato, ma ora serve responsabilità e coraggio. Stare al governo richiede fiducia in noi stessi, se pensi che ti dicano ‘bravo’ non esiste. Essere al governo significa pianificazione e realismo, per questo non possiamo essere giudicati per 20 mesi al governo, dobbiamo avere il tempo per rimettere in ordine i disordini creati da chi c’era prima. Ecco perché il governo deve andare avanti“.

Passo indietro? No, di lato. Perché Di Maio non molla

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