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“C’è un tema di trasparenza, di responsabilità e di certezza delle informazioni che deve ricevere il cittadino e, malgrado l’emergenza l’abbia reso molto difficile, è un interesse che nessuno si è preoccupato di curare”. A meno di una decina di giorni dall’inizio della cosiddetta Fase 2, e a poche ore dalla pubblicazione sul sito del governo di una serie di Faq dedicate a chiarire cosa si può fare e cosa non si può alla luce del Dpcm anti-Covid-19, Giovanni Guzzetta manifesta, ancora una volta, perplessità sugli strumenti utilizzati per la comunicazione di tali informazioni ai cittadini. “Da stanotte abbiamo una nuova fonte del diritto – ha scritto il giurista e ordinario di Istituzioni di diritto pubblico presso il dipartimento di Giurisprudenza dell’Università di Roma “Tor Vergata” su Twitter -, che può cambiare le regole senza scomodare il decreto-legge, le ordinanze, il DPCM e persino le circolari normative: la FAQ… aspettiamo che ci si attrezzi per i tweet”.

Professore, davvero le Faq entrano a far parte delle Fonti del diritto italiano?

La mia naturalmente era un battuta, però quello che è successo indica un problema che è stato gravemente sottovalutato, che dimostra un approccio molto burocratico e astratto a problemi che invece sono reali e concreti. Sono terrorizzato all’idea di quello che potrà accadere quando la disciplina degli spostamenti dovrà essere più complessa, perché non si tratterà di stabilire “state a casa”, ma come ripartire, con tutte le differenziazioni, le problematiche specifiche, le calibrature che saranno necessarie.

Ha parlato di un problema di comunicazione, ma cosa significa nello specifico?

In una situazione come quella in cui ci troviamo immersi bisogna preoccuparsi della comunicazione con i cittadini. Ecco, ovviamente bisogna preoccuparsene seguendo percorsi istituzionali, perché non si può pretendere che i cittadini si informino attraverso migliaia di canali informali senza sapere quale sia quello corretto.

Un problema di conoscenza delle fonti, quindi…

Il problema della comunicazione del diritto è tanto importante quanto quello della sua determinazione. Quando si parla di un fenomeno di massa così generale, che riguarda cioè la totalità dei cittadini, e in cui i cambiamenti sono così continui e le misure così complesse, bisogna che ci sia uno sforzo reale per assicurare chiarezza. Questo sforzo, a mio parere, non è stato fatto. L’esempio che faccio dall’inizio è quello che riguarda il famoso problema dei movimenti “in prossimità dell’abitazione”.

Ci spiega meglio?

Dopo un mese e e mezzo, e ben sapendo tutti quanti dal giorno uno che questa espressione per quanto molto elegante e suadente è del tutto incomprensibile per la stragrande maggioranza delle persone, non è stato fatto nulla per chiarirla.

Una vaghezza che ha avuto delle conseguenze?

L’applicazione delle sanzioni è stata random. C’erano i bookmaker della distanza in metri dall’abitazione, ci sono stati dei comuni in cui è stato previsto che “in prossimità” significasse arrivare fin dove si poteva giungere a piedi, come i pellegrinaggi fino a Santiago di Compostela; ci sono stati comuni nei quali si è detto che questa distanza significava fino al punto dal quale si potesse vedere la propria abitazione; altri ancora in cui, dimostrando una certa incompetenza in geometria, si è detto che ci si potesse spostare di 500 metri di circonferenza intorno all’abitazione. Tutti questi esempi sono veri e, per quanto possano sembrare ridicoli e di costume, hanno fortemente danneggiato la vita di molte persone.

C’è chi paventa il rischio di un passaggio dallo Stato di diritto allo Stato di polizia. Pensa sia possibile?

Come sappiamo, stanno saltando tutte le categorie. Il principio di tipicità delle sanzioni è diventato una chimera. Io non penso che gli agenti di pubblica sicurezza siano felici di doversi interrogare continuamente sul significato delle norme che debbono applicare e non penso che ci sia un disegno ordito da qualcuno. Penso che sia molto peggio.

Ossia?

Penso che sia sciatteria, presunzione da parte di chi fa queste norme che basti trovare una formula elegante e ambigua per risolvere i problemi. Ma noi qui stiamo trattando della carne delle persone costrette alla reclusione, tecnicamente, da due mesi che adesso dovranno capire cosa possono e non possono fare, in un contesto che sarà molto più complesso di quello attuale.

Cosa è necessario fare, a suo giudizio?

La prima cosa che farei se fossi il presidente del Consiglio sarebbe di istituire non l’ennesima task force sul problema del giorno, ma una task force che sistematicamente monitori tutti i problemi di applicazione delle norme e intervenga in modo chiaro, netto, in una sede istituzionale e non costringendo i cittadini a fare i rabdomanti, tanto più quando si tratta di termini vaghi come “in prossimità dell’applicazione” che io stesso ho difficoltà a comprendere.

Una ennesima task force, professore?

Ma no, era un modo ironico per dire che il diritto, ovviamente, si presta a interpretazioni. Il problema è che noi in questo momento non ci possiamo permettere il livello di incertezza che si è determinato. Quindi è necessario che si sviluppi maggiore attenzione. Anche perché minore è la certezza è minore è l’effettività delle norme, mentre i tribunali si intasano di contenzioso.

Come si può fare, allora?

Si può fare precisando, attraverso provvedimenti di volta in volta più chiari, quello che si può o non può fare; si può fare attraverso circolari che vengono rese pubbliche, però dev’essere chiaro per il cittadino a quale fonte di conoscenza certa si deve rivolgere per capire cosa può o cosa non può fare. Questa fonte di conoscenze deve essere responsabile, cioè deve essere allo stesso livello di autoritá di chi quelle norme le ha poste. E dev’essere espressamente prevista.

Insomma, non delle Faq…

Io non lo so chi le scrive, e non so con quali intenzioni, e se fosse anche la migliore delle intenzioni io ho diritto di sapere che quella è la sede in cui rintracciare quella informazione. Vogliamo che siano le Faq…? Stabiliamolo normativamente. Ecco, siccome siamo in uno stato di diritto ci deve essere una norma che lo prevede e che mi dice che il significato delle norme è stabilito in quella sede e da una autorità che ha la stessa competenza ad adottare quelle norme, non da un operatore sconosciuto che ascoltando a destra e a manca decide per sentito dire che cosa vuol dire “prossimità all’abitazione”.

Perché è così importante chiarire le fonti?

Questo è un tema di civiltà. Al di là del formalismo, che è molto importante, c’è un problema ulteriore che riguarda la certezza: la certezza è data dallo sforzo sistematico di risolvere le ambiguità, mentre ogni tanto si ha la sensazione che queste ambiguità facciano comodo, ma non al povero agente di pubblica sicurezza che si trova ad applicare la norma.

E allora a chi?

Queste ambiguità inducono nei cittadini una tale incertezza da portarli poi a non approfittare nemmeno delle possibilità che sulla carta hanno, preferendo invece rinunciare…

Insomma, l’ambiguità si ripercuote tutta sui cittadini?

C’è un tema di trasparenza, di responsabilità e di certezza delle informazioni che deve ricevere il cittadino e, malgrado l’emergenza l’abbia reso molto difficile, è un interesse che nessuno si è preoccupato di curare. Conoscere la catena di comando, sapere chi è responsabile delle decisioni è indispensabile per non trovarsi a dover negoziare che cosa significhi una certa norma con l’agente di polizia di turno che, poveretto, fa semplicemente il suo mestiere.

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