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La Nato deve stare lontana dal Medio Oriente? È la domanda che Judy Dempsey, non-resident senior fellow di Carnegie Europe e direttore di Strategic Europe, ha rivolto a dieci esperti. La risposta non è univoca, ma sembrano esserci i margini per un ruolo maggiore dell’Alleanza nella regione, quantomeno dei suoi membri europei (Italia compresa), chiamati da tempo a un’assunzione di responsabilità da Washington. Il quesito muove difatti dalla richiesta di Donald Trump per un impegno più determinato da parte della Nato, richiesta recapitata alle capitali europee nel pieno dell’escalation che è seguita all’uccisione di Qassem Soleimani. Ha risposto prima di tutti il segretario generale dell’Alleanza Jens Stoltenberg, dicendosi concorde con potenziare il ruolo Nato rispetto all’operazione in Afghanistan, alla missione di addestramento in Iraq (circa 500 unità) e alla partecipazione alla Coalizione internazionale contro l’Isis.

UNA QUESTIONE EUROPEA

La questione è se i membri dell’Alleanza (che decide gli impegni all’unanimità) siano sulla stessa lunghezza d’onda. Gli esperti hanno molti dubbi a tal proposito. Secondo Erik Brattberg, direttore del programma europeo di Carnegie Endowment for International Peace, “gli europei non hanno praticamente alcun interesse a mandare più truppe in luoghi instabili e pericolosi come Iraq o Siria mentre le forze degli Stati Uniti si ritirano”. Il dibattito è dunque tutto interno al Vecchio continente: “Se i leader europei volessero davvero sostanziare il concetto di autonomia strategica europea – spiega Brattberg – la gestione delle crisi nel loro vicinato meridionale dovrebbe essere in cima alla lista”.

LA PROPOSTA PER IL VECCHIO CONTINENTE

Pure per Nathalie Tocci, direttore dell’Istituto affari internazionali (Iai), ci vorrebbe “un ruolo europeo rafforzato nella regione, anche a sostegno delle forze di sicurezza di quei Paesi che lo richiedono; dubito che la Nato sia l’istituzione appropriata per tale sforzo”. In altre parole, nota l’esperta italiana, “visto il bagaglio politico della Nato in Medio Oriente e per il suo Dna, fortemente incentrato sulla sicurezza europea (più che mai necessaria) potrebbe essere più saggio considerare un maggiore coinvolgimento europeo in Medio Oriente sotto gli auspici dell’Unione europea”. Resta tuttavia la necessità di mettere d’accordo sul punto i Paesi membri dell’Ue, considerando il noto problema sulla difficoltà ad avere una politica estera comune. È questa la perplessità espressa dal professor John R. Deni dello US Army War College. “Washington – dice l’esperto – ha bisogno che gli alleati con capacità e interessi nella regione facciano di più, così che gli Stati Uniti possano dedicarsi alla competizione geo-strategica con Russia e Cina”. Tuttavia, aggiunge, “sono scettico sulla possibilità per quegli alleati di fare di più”.

PER UNA VISIONE STRATEGICA CONDIVISA

Altrettanto dubbioso Ulrich Kühn dell’Università di Amburgo, “assolutamente d’accordo” sulla necessità di un impegno multilaterale più forte per stabilizzare il Medio Oriente, ma convinto che l’ipotesi resti remota: “Sarebbe possibile solo se tutte le principali parti interessate fossero a bordo, e se lo sforzo militare guidato dalla Nato fosse sostenuto da un impegno politico-economico affine alla missione dell’Unione europea”. Addirittura più pessimista Claudia Major del German Institute for international and security affairs: “Non esiste neanche una definizione concordata di ciò che ‘il sud’ sia geograficamente, né di cosa significhi terrorismo, come combatterlo e se la Nato abbia un ruolo”. Sulla stessa linea Tommy Steiner del Centro interdisciplinario di Herzliya, a Tel Aviv: “Finché che gli alleati non condivideranno una prospettiva strategica comune, la Nato non sarà in grado di difendere gli interessi degli alleati in Medio Oriente”.

UNA RESPONSABILITÀ DI TRUMP?

Immaginare un impegno più forte della Nato nella regione nel breve-medio periodo pare dunque difficile. La responsabilità di tale difficoltà sarebbero da attribuire, secondo Paul Taylor di Politico Europe, al presidente Donald Trump. “Le sue azioni unilaterali, come l’abbandono nell’accordo nucleare iraniano negoziato dall’Ue, il riconoscimento di Gerusalemme come capitale d’Israele, il ritiro delle forze speciali Usa dal nord della Siria e l’uccisione della mente militare dell’Iran, hanno distrutto ogni prospettiva di consenso alleato e hanno reso il Medio Oriente un campo minato per la Nato”. Ciò non toglie che si possa lavorare per rimediare. Secondo il professor Jamie Shea dell’Università inglese di Exeter, “affinché la Nato diventi un attore di sicurezza leader nella regione, dovrà dedicare più tempo e sforzi per costruire la fiducia e il dialogo con i leader politici locali e avere un proprio alleato, la Turchia, pienamente coinvolto”.

E L’ALLARGAMENTO?

A tirare le somme è Anna Wieslander dell’Atlantic Council, segretario generale della Swedish defence association. Per la Nato, spiega, “l’aggiunta di ulteriori compiti in Medio Oriente è possibile, come difatti Stoltenberg ha debitamente indicato nella sua risposta all’idea”. Tuttavia, “l’appetito è basso e il rischio di sovraccarico è evidente”. Su un punto comunque concordano tutti: un allargamento dell’Alleanza con i Paesi della regione è fuori discussione. Nel sua richiesta, Trump era addirittura arrivata a proporre un cambio di nome per l’Alleanza: NatoMe, con l’acronimo di Middle East associato all’organizzazione del trattato del nord atlantico. La suggestione è chiusa da Ulrich Kühn: “Nessuno Stato del Medio Oriente soddisferebbe i criteri di adesione alla Nato in termini di buon governo, stato di diritto e controllo democratico delle forze armate; politicamente, l’allargamento aprirebbe un vaso di Pandora, dal momento che Iran, Russia, una schiera di gruppi estremisti e, molto probabilmente, anche la Cina considererebbe l’incursione dell’Alleanza come una politica ostile”.

Una Nato più forte in Medio Oriente? La risposta a Trump su Carnegie Europe

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