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Alla fine la non ingerenza non è stata ingerita. A forza di non intervenire nelle “questioni interne” della Cina a Hong Kong i Cinque Stelle hanno creato una questione interna qui, a palazzo Chigi, con il Pd.

Dopo più di un’esitazione iniziale gli alleati dem al governo cominciano a mal sopportare la progressiva cinesizzazione del movimento di Luigi Di Maio. Il doppio blitz di Beppe Grillo all’ambasciata cinese, di cui nulla è stato fatto trapelare se non un paio di battute e una foto sulla pagina del comico, è stata la goccia che ha fatto traboccare il vaso.

Il Pd non è certo tacciabile di pregiudiziali anticinesi. Dal Nazareno dopotutto provengono Matteo Renzi e Paolo Gentiloni, che al governo fra investimenti cinesi e via della Seta hanno parlato un ottimo mandarino. Per non parlare di Romano Prodi, uno dei pochi italiani che veramente può vantare un accesso privilegiato alla Città Proibita.

La differenza con i flirt a Cinque Stelle, fanno però notare spazientiti alcuni maggiorenti dem, è sostanziale. Un conto è tessere rapporti senza uscire dal quadro internazionale in cui è collocato il Paese, tutt’altro conto sono i blitz segreti, i post negazionisti sulle persecuzioni nello Xinjang sul blog di Grillo, i convegni di Casaleggio targati Huawei, i silenzi assordanti sulle violazioni dei diritti umani. Il tutto nel pieno silenzio della Farnesina dove, altro motivo di imbarazzo per i Dem, Di Maio non ha ancora distribuito le deleghe al viceministro Marina Sereni e al sottosegretario Ivan Scalfarotto. “Nel Conte-1 era vuoto il Viminale — ha sentenziato su Repubblica Stefano Folli — oggi è vuota la Farnesina”.

A insorgere per prima è la deputata Dem Lia Quartapelle, che per la politica estera ha un vero pallino. “Qui non si tratta di ingraziarsi un Paese importante ma di fissare, in un rapporto dialettico, dei paletti invalicabili” tuona intervistata da La Stampa.

Gli attriti rischiano di trasformarsi presto in scontro frontale. Il campo di battaglia è pronto: la Commissione Esteri di Montecitorio. La settimana prossima la Quartapelle presenterà assieme a Maurizio Lupi una “risoluzione trasversale” su Hong Kong. Semaforo verde da Italia Viva, Forza Italia, Leu. Anche la Lega non farà ostruzionismo: solo ieri l’ex ministro dell’Agricoltura Gian Marco Centinaio ha condannato da Taiwan la repressione cinese nel Porto Profumato, assieme a una delegazione parlamentare dagli Usa.

E i Cinque Stelle? Il loro capogruppo in Commissione, Pino Cabras, è un noto fautore della linea non interventista. “Vogliamo prima ragionare, aspettare” frenava solo ieri. L’intervento del governo cinese sui manifestanti, dice lui, sarà anche poco “gandhiano”, ma questo non è un buon motivo perché l’Italia se ne occupi.

Non sarà certo una risoluzione a terremotare la maggioranza. Gli stalli in Commissione Esteri non sono materia nuova. Con il governo gialloverde, soprattutto quando sul tavolo c’erano le crisi mediorientali, erano una certezza. Il disagio in casa dem però è diffuso. Il Pd ha fatto della vocazione internazionale un vanto e solo due settimane fa ha inviato il segretario Nicola Zingaretti per un tour di livello a Washington DC. Ormai è chiaro a tutti che la politica estera può diventare un problema come e forse più di Ilva, Alitalia, manovra. Tant’è che si è fatta bipartisan l’invocazione a un ritorno al contratto di governo. Patti chiari, e scritti nero su bianco, amicizia lunga.

Così il Pd si sveglia. La politica entra nel contratto di governo (subito)

Alla fine la non ingerenza non è stata ingerita. A forza di non intervenire nelle "questioni interne" della Cina a Hong Kong i Cinque Stelle hanno creato una questione interna qui, a palazzo Chigi, con il Pd. Dopo più di un'esitazione iniziale gli alleati dem al governo cominciano a mal sopportare la progressiva cinesizzazione del movimento di Luigi Di Maio.…

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