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A seguito della caduta del Muro di Berlino, il 9 novembre di trenta anni fa, le reazioni in Italia furono essenzialmente di sorpresa. Al di là della portata simbolica di un tale evento, le trasformazioni all’interno della sinistra italiana, già in corso almeno dagli anni 80, ne ricevettero un ulteriore impulso. Divenne possibile, infatti, sostenere in modo più forte e convincente la necessità di modificare il nome a un partito che usciva sconfitto dall’esperienza del socialismo reale oltre a ripensare il collegamento, storicamente forte, fra il Pci e l’Unione Sovietica.

Da queste premesse derivò il disegno dell’allora segretario Achille Occhetto di fondare un nuovo partito, diverso anche nell’organizzazione. Da lì partì anche un lungo processo di riflessione su cosa avrebbe potuto essere una sinistra non più comunista. La caduta del Muro fu, dunque, sicuramente un evento dalla grande portata simbolica, ma non solo. A seguito di esso la classe dirigente della sinistra italiana prese atto dei cambiamenti intervenuti, decidendo infine di fare il passo finale. Va ricordato, infatti, che quei cambiamenti erano già avviati da lungo tempo all’interno della sinistra.

Volendo indicare una data d’inizio e le principali tappe di questo processo, si può partire dai tre famosi articoli di Berlinguer, segretario del partito, su Rinascita nel 1973, all’indomani del golpe di Pinochet in Cile, in cui si proponeva il compromesso storico; oppure considerare il 16 marzo del 1978 quando, la stessa mattina del rapimento di Moro, il Pci votò un appoggio esterno al governo Andreotti. Questo processo, in parte sottotraccia, proseguì per tutti gli anni 80, ma appunto arrivò a compimento solo quando cadde il simbolo della Guerra fredda, che era stato proprio il Muro di Berlino.

La fine di una fase storica non interessò, però, esclusivamente il Pci e la sinistra italiana, ma anche la Democrazia cristiana, il cui ruolo di baluardo al comunismo venne completamente meno, e gli altri partiti, partner minori nei governi democristiani dei decenni precedenti. In breve, entrò in crisi l’intero sistema partitico italiano. Nel giro di due o tre anni, infatti, assistemmo alla sparizione di tutti i partiti tradizionali attivi dal dopoguerra. È pertanto corretto dire che la caduta del Muro rappresentò non l’origine di un processo, ma un tipping point, un punto di ribaltamento, e di non ritorno.

Venne meno anche l’inerzia istituzionale, che manteneva in vita partiti già largamente delegittimati, come dimostrato dai sondaggi della metà degli anni 80. Bisogna, inoltre, tenere presente che questi furono anche gli anni in cui il processo di integrazione europea ebbe un’accelerazione con l’Atto unico europeo (1986) e il Trattato di Maastricht (1992), che comportò uno spostamento del centro delle politiche economiche nazionali a Bruxelles. Questo fece venir meno, quindi, anche quel rapporto fra partiti, in posizione dominante, e interessi, che, con tutti i suoi limiti, era stata la formula caratterizzante del consolidamento democratico italiano sin dagli anni 50. In breve, in un contesto di profondo cambiamento vi erano già tutti gli elementi di fondo della trasformazione della democrazia italiana.

Un cambiamento che rimase tuttavia solo parziale. Personalmente non ritengo corretta la comune lettura di quegli eventi come passaggio da una Prima Repubblica a una Seconda. Credo che dal 1994 inizi una situazione ibrida. La stessa legge elettorale del 1993, conosciuta come Mattarellum, e considerata da molti maggioritaria, era in realtà una legge di tipo misto, un proporzionale che introduceva degli elementi maggioritari. Questa situazione di stallo si è protratta per decenni, ed è forse finita nel 2016 dopo la netta bocciatura delle riforme costituzionali sostenute da Renzi.

In questo lungo periodo di stallo si sono fronteggiati due schieramenti opposti. Da un lato, coloro che desideravano una democrazia maggioritaria e decidente con più efficienza e centralità del governo; dall’altro, chi aveva paura che così facendo si potesse andare incontro a una strumentalizzazione autoritaria delle istituzioni e con meno garanzie. Questo conflitto diventò ancora più polarizzato ai tempi del governo Renzi, con l’approvazione di una legge elettorale maggioritaria e di profonde riforme costituzionali.

Che cosa sarà la democrazia in cui ci troviamo, tornata a essere più proporzionale e frammentata, lo stiamo decidendo ora. Tirando le somme dal processo politico avvenuto a seguito del 1989, però, occorre aggiungere che l’occasione di riformare il Paese dopo gli eventi degli anni 90 e successivi venne perduta dal centrodestra tra il 2001 e il 2006. Il progetto iniziale di Forza Italia aveva, infatti, inizialmente una componente liberale, in opposizione a una sinistra comunista tradizionale, che però venne messa da parte dallo stesso Berlusconi per dare priorità ai propri interessi e alla formazione di un’ampia coalizione sociale a suo sostegno. Ma questa è un’altra storia da raccontare.

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