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Fermare i Paesi che mandano armi in Libia per bloccare i combattimenti. L’inviato delle Nazioni Unite in Libia, Ghassan Salamè, traccia l’obiettivo principale della conferenza di Berlino. Evento ancora senza data, programmato per i prossimi mesi come appuntamento da cui rilanciare l’azione politica per risolvere la crisi.

Secondo Salamè il Consiglio di sicurezza dell’Onu non ha svolto il suo ruolo nell’attuazione delle risoluzioni che bloccano l’invio di armi in Libia, per questo dice: “Convocheremo la conferenza di Berlino per mettere in atto un meccanismo per attuare l’embargo sulle armi in Libia per mare, aria e terra”.

La dichiarazione riportata da Agenzia Nova è un elemento di valore. Il fronte a sud di Tripoli è in stallo da sette mesi. Il tentativo del signore della guerra dell’Est, Khalifa Haftar, di far scacco sulla capitale e conquistare il Paese s’è trasformato in un conflitto civile di posizione. Scontri dove nessuna delle due fazioni, quella haftariana e quella della Tripolitania, ha la forza per sopraffare l’altra.

Le potenti milizie di Misurata, che hanno rapporti politico-militari con Turchia e Qatar, si sono già mosse a difesa del governo onusiano di Tripoli. L’attacco di Haftar è sostenuto invece dall’Egitto e dagli Emirati Arabi; ma in modo meno diretto anche dall’Arabia Saudita, e poi c’è un ruolo nebuloso di Russia e Francia.

Entrambi gli schieramenti avrebbero ricevuto aiuti armati dall’esterno. Sono stati tracciati spostamenti di navi cargo e individuati sul terreno resti di missili di fabbricazione cinese che gli emiratini hanno in dotazione – insieme a droni della medesima provenienza.

Alcuni di questi velivoli sono stati usati dalle forze haftariane per attaccare obiettivi civili, come gli aeroporti o zone nei quartieri meridionali di Tripoli. Diversi gli errori di targettizzazione che rendono ancora più disperata la situazione.  Potrebbero esserci gli emiratini a guidare i droni, ma si era parlato anche di unità speciali francesi schierate in piccoli team.

È possibile che le unità delle Cirenaica siano assistite a terra anche da uomini inviati dall’estero. Ci sono certamente dei mercenari provenienti da alcuni paesi dell’Africa centro-settentrionale, forse finanziati attraverso le sponsorizzazioni di Emirati Arabi Uniti (e Arabia Saudita). Ci sono quasi certamente i contractor della Wagner, società di sicurezza russa molto vicina al Cremlino. Anche l’altro fronte riceve supporto, ma in modo meno intenso.

La Libia è una polveriera fin dai tempi di Gheddafi. Da questo nasce l’embargo. E la paura che le armi possano finire in mano a fazioni terroristiche. L’arrivo di aiuti dall’esterno, veicolati da Paesi stranieri, è uno degli elementi che caratterizza il protrarsi degli scontri attuali. Il rafforzamento ha via via indotto Haftar all’offensiva, ma ha anche rinvigorito i misuratini che, in possesso di nuove armi, hanno provato a contrattaccare di fronte alla debolezza dell’assalto haftariano.

Amnesty international ha denunciato in un recente rapporto 33 attacchi aerei e di artiglieria che hanno colpito intere famiglie tra aprile e agosto 2019. Nello stesso periodo, secondo quanto riferito da Salamé ci sarebbero state circa 900 azioni condotte con l’uso di droni di vario genere. A luglio, in uno degli episodi più tragici, un velivolo senza pilota di Haftar ha colpito un centro per l’alloggio temporaneo dei migranti.

Libia, no alle ingerenze esterne. Il monito di Salamè (Onu)

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