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Bene sta facendo, a nostro avviso, il presidente del Consiglio Conte, intervenendo nelle ultime settimane in più occasioni, a specificare che un nuovo Piano per il Sud – di cui ha parlato anche con la nuova presidente della Commissione Europea – dovrà raccordarsi al rilancio dello sviluppo dell’intero Paese, per evitare che soprattutto nella business community del Nord passi l’idea di un Mezzogiorno ancora e sempre solamente assistito e che non sarebbe capace di puntare sulle proprie forze, non solo per la sua crescita, ma anche per offrire un nuovo quadro di convenienze all’intera economia nazionale.

Sì, bisogna dirlo ad alta voce: l’Italia meridionale non ha bisogno di assistenza, i ceti che in determinate aree l’attendono perché in condizioni di reale disagio sociale dovranno riceverla, certo, come del resto nel Centro e nel Nord. Ma il Mezzogiorno – che è già per tanti settori industriali, energetici ed estrattivi una grande risorsa per l’Italia – dovrà rafforzare tali comparti, i loro stabilimenti, le loro filiere, e i loro trasporti sulle vie di comunicazione con i grandi corridoi europei.

Insomma, il vasto sistema produttivo del Sud – perché grande è questo sistema, lo ribadiamo alla luce degli studi che stiamo conducendo da anni e che proprio in questi giorni abbiamo arricchito con una ricognizione aggiornata sulle grandi industrie presenti nelle regioni meridionali, sulle loro dinamiche produttive e sui loro investimenti – questo sistema di produzione, dicevamo, deve sempre di più rapportarsi alle necessità competitive dell’intero Paese.

Del resto, ben oltre cento grandi gruppi industriali esteri sono presenti nelle aree industriali meridionali, accanto a big player del Sud e a quelli settentrionali che in molti comparti realizzano primati produttivi nazionali: senza i loro beni e servizi settori strategici del made in Italy sarebbero molto deboli, dall’automotive all’aerospazio, dalla petrolchimica all’ict, dalla navalmeccanica all’agroalimentare, dall’industria petrolifera al tessile-abbigliamento calzaturiero.

La siderurgia a Taranto, la petrolchimica in Sicilia, Sardegna, Basilicata ed in Puglia; l’automotive fra Abruzzo, Campania, Basilicata e nella nostra regione; l’aerospazio fra Campania e Puglia; l’Ict fra Abruzzo, Puglia, Campania, Sicilia e Sardegna; e poi ancora l’industria farmaceutica con le multinazionali Sanofi, Merck, Novartis e Pfizer; la navalmeccanica a Castellammare di Stabia, Napoli, Palermo, Messina e Taranto; l’industria cementiera e dei materiali da costruzione con i gruppi Italcementi, Buzzi Unicem, Colacem e Calme; la cartotecnica con i grandi impianti di Fater, Seda, Istituto Poligrafico e Zecca dello Stato, Cartonpack; le costruzioni e manutenzioni ferroviarie della Hitachi Rail Italia, Titagarh Firema, Officine di RFI a Foggia, della Mer.Mec a Monopoli, e della Alstom a Nola; l’impiantistica delle numerose Pmi in filiera nei poli dei grandi complessi dell’industria petrolchimica e siderurgica; l’industria vetraria con i siti di Pilkington, O-I Owens Illinois, Veme, Vebad; l’industria dell’arredamento con i big Natuzzi e Mobilturi; i macchinari per l’industria petrolifera della BgGeNuovo Pignone a Bari e Vibo Valentia; le macchine movimento terra di CNH a Lecce; le costruzioni di rimorchi, semirimorichi e di veicoli ecologici in Abruzzo e nel Barese.

E poi l’industria agroalimentare diffusa in tutte le regioni meridionali che vede la compresenza di big player internazionali e italiani accanto ai grandi competitor meridionali, dalla Casillo partecipazioni alla De Cecco, dalla Divella alla Casa Olearia Italiana. E poi ancora il comparto minerometallurgico del Sulcis in Sardegna con i siti della Eurallumina, della Portovesme e dell’’ex Alcoa, ora Sider Alloys. Ed ancora l’industria del Tac dell’area partenopea e della Puglia e, last but not least, il comparto energetico – con le centrali a turbogas in diverse regioni, dalla nostra alla Calabria, e con i grandi parchi eolici e fotovoltaici in diverse regioni del Sud – e l’industria delle costruzioni.

Insomma, l’apparato industriale localizzato nelle regioni meridionali che abbiamo sia pure molto sommariamente descritto è robusto, ha primati nazionali in diversi comparti – dalla costruzione di autoveicoli alla estrazione e raffinazione petrolifera – e compete nell’Unione europea e nel mondo. Questo apparato allora andrà ulteriormente rafforzato con politiche mirate, innovazioni tecnologiche, digitalizzazione, trasporti efficienti, diffusione della cultura e della gestione manageriale soprattutto nelle Pmi, risorse finanziarie per nuovi investimenti con il ciclo dei fondi UE 2021-2017.

Ignorare tutto questo o almeno sottovalutarlo, continuando invece a presentare solo il Mezzogiorno del divario con il Nord – che persiste nel chiedere risorse in logiche puramente perequative – significherebbe solo preoccupare la business community del Nord, e non valorizzare invece anche agli occhi dell’opinione pubblica nazionale l’enorme potenziale produttivo di cui il Sud dispone. Lo diciamo soprattutto al nuovo ministro del Sud che auspichiamo sia molto attento soprattutto ai punti di forza dell’industria meridionale.

È bene pertanto che tutte le Istituzioni, gli stakeholder e il mondo della ricerca presenti nell’Italia del Sud partecipino attivamente alla elaborazione di un nuovo Master Plan per il Meridione, ma solo nell’ottica di lavorare alla definizione di un nuovo programma di sviluppo per l’intera economia nazionale. Era questa, non dimentichiamolo, l’ispirazione dei grandi meridionalisti del passato da Pasquale Saraceno a Giulio Pastore, da Aldo Moro a Pietro Sette, da Di Vittorio a Giorgio Amendola.

Perché il Mezzogiorno non ha bisogno di assistenzialismo. L’analisi di Pirro

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