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Se anche un uomo mite e misurato, come il direttore del Corriere della sera, Luciano Fontana, perde le staffe, parlando del clima che regna nella compagine governativa, si è quasi giunti ad un punto di rottura. Ed, in effetti, c’è del donde. Lo spettacolo non è dei migliori. Il governo ha trasmesso a Bruxelles il “Documento programmatico di bilancio 2020”. A quanto sembra una semplice cornice, dove le singole opzioni vanno ancora definite. “Salvo intese”: il termine tecnico usato per scrivere una “manovra non manovra” come insegnerebbe il linguaggio dei 5 Stelle.

Saranno semplici aggiustamenti, come si dice per minimizzare. Ma con una coperta troppo corta, ogni possibile, seppure leggera modifica, può indebolire un castello di carte, che già si regge per miracolo. Ed ecco, allora, l’accorato appello del direttore del Corriere: “Questo esecutivo può durare solo all’insegna della moderazione e del buon governo, tanto più avendo contro la maggioranza degli italiani”. Il che non è poco. Ma forse il punto di partenza è proprio questo.

Il dato del contendere non è di per se dirimente. Luigi Di Maio, dopo aver chiesto e ottenuto la convocazione di un nuovo vertice, che dovrebbe tenersi nella giornata di domani, considera irrinunciabili le sue proposte. Manette ai grandi evasori, nessuna modifica degli sgravi già previsti per le partite Iva. Bene i limiti posti all’uso del contante, ma solo dopo aver ottenuto dal sistema bancario l’azzeramento delle commissioni per le piccole transazioni. Altrimenti – questo il ragionamento – vi sarebbe un drenaggio di risorse a danno di artigiani, professionisti e commercianti. Quel ceto medio già tartassato dalla crisi.

Non è chiaro il contenuto delle proposte di Di Maio sugli evasori, al di là della loro genericità: la reclusione e la confisca per sproporzione. Il reato d’evasione fiscale esiste dal 2000 (dec. leg. n.74). Le relative pene detentive sono state più volte variate nel tempo, fino a prevedere una reclusione per un massimo di 6 anni. Si vogliono ulteriormente aumentare, nonostante gli scarsi successi ottenuti nella lotta all’evasione, che ancora cuba, secondo stime ricorrenti, per oltre 100 miliardi? Mohamed Saif, il tunisino arrestato a Torino, due giorni fa, per aver tentato di uccidere la propria compagna, nel 2008 ne aveva assassinata un’altra. È rimasto recluso solo per una decina d’anni.

Se questa è la pena per un delitto così efferato, i 6 anni previsti per la “semplice” evasione fiscale non sono forse sufficienti? Nell’ordinamento giuridico italiano esiste un problema più generale: quello della proporzionalità della pena rispetto alla gravità dei relativi delitti. Alla luce di queste evidenze, la reiterata richiesta di Di Maio non è del tutto giustificata. Almeno dal punto di vista dei contenuti. È solo un’opzione di carattere politico, che nasce dalle difficoltà del momento. Come risulta evidente dalla sua crescente lontananza nei confronti di Giuseppe Conte: presidente del Consiglio in quota 5 Stelle. Almeno così lo era.

Queste convulsioni hanno una logica spiegazione. Gli appelli per il bene comune lasciano un po’ il tempo che trovano. La partita che si sta giocando è diversa. Si guarda alla lunga filiera delle scadenze elettorali: con cadenza quasi mensile. Che ridisegneranno il volto politico dell’Italia. Di Maio deve cercare di recuperare, agitando i temi identitari del Movimento. Giuseppe Conte, che non ha più un partito di riferimento, si barcamena. Nicola Zingaretti, il problema di Matteo Renzi e quella della tenuta del proprio elettorato. Ed ecco allora spiegate le turbolenze. Ma se così è, difficile non condividere, la sconfortante conclusione del direttore de Il Corriere: “Davvero il Paese non merita di meglio?”.

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