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L’attentato nei pressi di Kirkuk dimostra che la lotta al terrorismo non è finita e che occorre combatterla proprio lì, alla “sorgente della minaccia”. Parola di Leonardo Tricarico, presidente della Fondazione Icsa e già capo di Stato maggiore dell’Aeronautica. Ieri, cinque militari impegnati nell’operazione Prima Parthica quale contributo italiano alla coalizione internazionale anti-Daesh sono rimasti coinvolti in un attacco terroristico con ordigno rudimentale a Kirkuk, nel nord del Paese. Per capire meglio i caratteri dell’impegno nazionale Formiche.net ha parlato con il generale Tricarico, anche del ruolo della Nato (che “non è assolutamente in morte cerebrale” come dice Macron) e della strage di Nassiriya sedici anni dopo per “una lezione che però il Paese non ha ancora appreso”.

Generale, ritiene che il bersaglio dei terroristi fossero proprio i militari italiani?

Gli italiani, ormai da alcuni anni, hanno progressivamente acquisito la cifra delle missioni di addestramento. Nella maggior parte delle 37 missioni all’estero istruiamo le collettività ad edificare le strutture per potersi difendere, proteggere e organizzarsi da sole. Ciò è vero soprattutto in Iraq dove i nostri militari dei Carabinieri, di Esercito, Marina e Aeronautica stanno preparando decine di migliaia di iracheni a dotarsi di capacità che vanno dal settore più tradizionale della fanteria a quello più sofisticato della lotta al terrorismo e del contrasto a forme di rappresaglia proprie della minaccia terroristica, fino al controllo del territorio e ad attività come cecchinaggio e contrasto a ordigni esplosivi.

Ciò significa che in teoria siamo meno esposti ad attacchi.

Non è detto. Ma se questa è la cifra del supporto italiano, verosimilmente dovrebbe innescare un’azione meno violenta e virulenta rispetto a quella diretta contro chi opera droni d’attacco o bombarda indiscriminatamente, cifra di tutti gli altri interventi armati, nessuno escluso. In più, noi ci presentiamo con la connotazione propria del carattere italiano, non come colonialisti né con fare impositivo, ma anzi rapportandoci sempre in maniera armonica alle collettività, senza alimentare sentimenti di astio. Ciò non toglie che possiamo essere oggetto di attacchi, anche perché non facciamo solo formazione.

E che altro facciamo?

In Iraq abbiamo anche altri tipi di missione, in particolare quella portata a compimento dall’Aeronautica militare con una capacità ormai acquisita e rara di condurre in proprio operazioni di superiorità aerea. Non è scontato né semplice. In Europa, forse solo un altro Paese ne è capace.

Di che si tratta?

Condurre operazioni aeree in proprio vuol dire avere anche la capacità di generare obiettivi, senza andare ad elemosinare target da altri. I quattro Eurofighter che impieghiamo a tale scopo, insieme ai Predator e agli altri assetti per intelligence, sorveglianza e riconoscimento (Isr), hanno messo a punto da quattro anni ormai alcune migliaia di obiettivi, tutti legati al terrorismo. Sono obiettivi forniti a chi ne ha bisogno (e non siamo noi, che non abbiamo tale compito in Iraq) per agevolarne la neutralizzazione mediante potere aereo o forze speciali. Ciò conduce ad un’altra riflessione: la partecipazione sistematica a tutte le missioni internazionali dove vi sono conflitti di varia intensità ha portato le nostre Forze armate a cresce e a rimanere aggiornate. Questo vuol dire fare bene il proprio dovere, potendo intervenire in qualsiasi teatro di crisi.

Eppure, attacchi come quello di Kirkuk riaccendono sempre il dibattito nel nostro Paese tra chi sostiene che sia ora di rientrare (siamo in Iraq da sedici anni) e chi invece nota come occorra confermare gli impegni. Lei come la vede?

Personalmente, ritengo che sia talmente evidente nel caso dell’Iraq come la nostra presenza abbia un significato di grande spessore nella lotta al terrorismo che l’argomento non dovrebbe essere neanche oggetto di dibattito o discussione. Il focolaio è quello. Il radicamento territoriale del terrorismo è quello. Da lì ripartono i foreign fighters per raggiungere le nostre comunità o andare a combattere altrove. Andare alla fonte-sorgente di questo pericolo e dire che non ci dobbiamo più stare è un controsenso. Un giorno sarei comunque ben felice di vedere lì la Nato, non a proteggere i cieli di Islanda contro Putin. La vera sfida alla sicurezza è lì e l’Alleanza si dimostra da troppo tempo sorda a certi stimoli. Mi auguro che un giorno o l’altro si faccia una riflessione di questo tipo.

Quindi ha ragione Macron? La Nato è “in morte cerebrale”?

Direi proprio di no. La Nato non è ovviamente in coma e guai a pensare di cancellarla in favore di un fantomatico e velleitario esercito europeo. Tuttavia, è importante che l’Alleanza sappia convertirsi e ripensare la propria missione, sia in via concettuale, sia soprattutto in senso geografico. Deve aprire gli occhi su quello che succede a sud, cosa che l’Italia sta cercando di dire davvero da molti anni senza tuttavia grandi risultati.

Ma l’attacco di Kirkuk è un segnale che l’Isis si sta riorganizzando?

No. Non c’era bisogno di questo attentato per monitorare una situazione di crisi che ha in sé i caratteri di cambiamento e sviluppo. Non c’è dubbio che l’intervento turco conseguente al disimpegno americano abbia cambiato qualche equilibrio. Non c’è dubbio neanche che le popolazioni curde martoriate dai turchi abbiamo un po’ allentato la sorveglianza e l’attenzione rispetto alle 17 prigioni (fonte Mossad) contenenti migliaia di terroristi. Quell’area potrebbe dunque essere diventata una zona di diaspora e di ricerca di nuovi grip territoriali dal parte del terrorismo. L’operazione che stavano facendo i nostri soldati era tesa proprio a verificare se un obiettivo individuato attraverso fonti di intelligence fosse veramente un covo di terroristi, ed effettivamente lo era. Da questo punto di vista la missione ha avuto esito positivo. C’è dunque sicuramente un fenomeno di cellule dormienti che vagano qua e là utilizzando covi che l’attività delle nostre Forze speciali individua e neutralizza.

Domani saranno sedici anni dalla strage di Nassiriya. Qual è il suo ricordo?

Ero a palazzo Chigi come consigliere militare del presidente del Consiglio. Riferivo all’autorità di vertice, e in particolare al sottosegretario Gianni Letta, man mano che le dimensioni della tragedia si palesavano nella loro tragica evidenza. Purtroppo, la lezione in larga parte non è stata appresa. In Patria e fuori dai confini nazionali, oggi come allora, combattiamo qualcosa che non è guerra ma neanche pace. Senza le idonee garanzie funzionali, il nostro Paese non protegge i suoi servitori. Spero che, fuori dalla retorica che accompagnerà anche questo attentato, qualcuno si ponga il problema di come proteggere i nostri operatori nella guerra al terrorismo. Sembra che il cambio di amministrazione alla Difesa lasci ben sperare affinché anche le partite più serie possano essere avviate e, auspicabilmente, persino portate a compimento.

Ci spieghi meglio.

Oggi siamo in una condizione che non è di pace e non è di guerra. A volte vi assomiglia molto, ma non lo è. Così ogni fatto, laddove si ipotizzi reato, viene giudicato con leggi di pace che tuttavia non sono quelle giuste per giudicare fatti di questo genere. È dunque importante che venga creato un quadro giuridico per normare tali emergenze ed evitare che i servitori dello Stato vengano perseguiti dalla legge.

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