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Roberto Gualtieri allontana lo spettro svendita del patrimonio pubblico. Il neo titolare di via XX settembre ha sfruttato le prime due uscite pubbliche da ministro (l’intervista a Repubblica e la conferenza stampa dell’Ecofin di Helsinki) anche per rispondere alle varie indiscrezioni sulla volontà della nuova maggioranza M5S-Pd di vendere asset pubblici. Prima la Lega (si veda lo scambio di Tweet di fine agosto tra l’ex viceministro Massimo Garavaglia e l’attuale viceministro alle Attività produttive Stefano Buffagni), poi la notizia riportata dal Sole24ore su un piano di privatizzazioni da 4-5 miliardi di euro che potrebbe essere previsto già nell’aggiornamento del Def che sarà varato il 27 settembre.

“Non esiste ancora un piano” e le stime sui proventi da cessioni di asset pubblici, ha assicurato Gualtieri, “sono irrealistiche”. Già nell’intervista a Repubblica Gualtieri aveva respinto gli obiettivi fissati dal precedente esecutivo dopo l’accordo di dicembre con Europa. Nell’ultimo Def firmato dal ministro Giovanni Tria c’era l’impegno a cedere asset pubblici per 18 miliardi nel 2019. Target oggettivamente irrealistico se si considera che nel 2015, anno record per le privatizzazioni, furono vendute partecipazioni di primo piano e lo Stato incassò poco più di 11 miliardi e che la somma del valore di tutte le azioni detenute dallo stato ammonti a circa 23,5 miliardi di euro.

A margine dell’Ecofin Gualtieri non ha confermato nemmeno l’esistenza di un piano di privatizzazioni in versione ridotta, come quello riportato dal Sole24ore. Ha accennato alle privatizzazioni e a una “migliore gestione del patrimonio pubblico, parlo anche della dimensione immobiliare” come componenti nella strategia per ridurre il debito. “Lo sono state in passato, con esiti più o meno positivi, ma la mia visione – ha precisato – è che l’Italia disponga di aziende molto efficienti e le grandi aziende pubbliche efficienti non sono un costo, anzi, e concorrono ad essere nella loro autonomia elementi di una capacità di politica industriale”.

Dietro l’obiettivo dei 18 miliardi di privatizzazioni dell’esecutivo Conte uno c’era in realtà il passaggio delle partecipazioni del Tesoro alla Cassa depositi e prestiti attraverso un aumento di capitale della stessa Cdp. È l’operazione Capricorn che consiste nel mantenere il controllo pubblico sulle società a partecipazione pubblica, facendole uscire dal perimetro della Pa. Ne parlò esplicitamente la viceministro Laura Castelli, appena confermata al Mef. Il nuovo governo, secondo Il Sole24ore, potrebbe decidere di passare alla Cdp una quota minore di asset di maggiore valore. Gualtieri non conferma e fonti del governo sottolineano come non sia stato ancora possibile approfondire il dossier.

Di certo, da parte di Gualtieri, ma anche di vari esponenti Cinquestelle, c’è la volontà di non svendere. L’avversione a cedere è emersa anche da un’altra dichiarazione di Gualtieri (una delle prime dichiarazioni ufficiali da quando si è insediato al ministero di via XX settembre) a proposito delle ricadute italiane di una eventuale vendita della Borsa di Londra alla Bora di Hong Kong. Il ministro ha detto di seguire “con grande attenzione gli sviluppi dell’Opa della Borsa di Hong Kong sul London Stock Exchange, che controlla Borsa Italiana. Tutti gli sviluppi che lo riguardano vengono quindi monitorati da vicino, perché sono rilevanti per gli interessi nazionali”.

Le parole chiave sono “asset strategico” e “interessi nazionali”, osservava ieri una fonte del Mef. Segno che, almeno nelle stanze della regia di via XX settembre, non c’è nemmeno l’idea di spostare oltre confine pezzi importanti di economia italiana.

Eni, Enel, Leonardo & co. Così Gualtieri boccia le privatizzazioni in salsa Capricorn

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