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Un’armata di ferro per una nuova lunga marcia: se non è una dichiarazione di guerra (digitale), poco ci manca. La circolare diffusa dal fondatore di Huawei, Ren Zhengfei, è una chiamata alle armi per i propri dipendenti, tutti coinvolti in un piano di riorganizzazione che permetta di rispondere alle varie misure messe in campo dagli Stati Uniti di Donald Trump.

UNA NUOVA LUNGA MARCIA

A far paura al colosso cinese è soprattutto il suo inserimento nella lista nera del dipartimento del Commercio Usa, posizione che preclude a Huawei la possibilità di rifornirsi di hardware e software dai produttori a stelle e strisce. La nota interna, visionata e riportata da Bloomberg, è datata al 2 agosto e parlerebbe di una riorganizzazione quinquennale necessaria a far fronte alla “minaccia esistenziale” che arriva da oltre-oceano. Il boicottaggio americano, spiega il miliardario cinese ai suoi, colpisce il business di Huawei, impedendogli di affermarsi quale leader globale nel campo del 5G. Nel concreto, la riorganizzazione sarà “dolorosa”, poiché passerà probabilmente per il taglio di divisioni non necessarie, così da abbattere i costi e “completare una rivoluzione in condizioni aspre e difficili, e dar vita a una invincibile armata di ferro che possa aiutarci a conseguire la vittoria”.

LA MOSSA USA

A convincere Ren Zhengfei (in foto con Xi Jinping) sulla necessità di ristrutturare l’azienda sarebbero stati i numeri. Nel primo trimestre del 2019 il fatturato di Huawei è cresciuto del 39% rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente, per poi rallentare fino a un +30% nei dati resi noti con la semestrale. A pesare sulla parziale riduzione è il bando introdotto dall’amministrazione Trump a maggio per impedire alle aziende americane di fornire tecnologie al colosso cinese per “motivi di sicurezza nazionale”, attuato con l’inserimento di Huawei all’interno della black list del dipartimento del Commercio. Un divieto poi sospeso quando, a fine giugno, il presidente incontrò in Giappone l’omologo Xi Jinping. Eppure, la strada pare segnata, tanto che il colosso di Pechino ha da tempo incrementato gli sforzi per la produzione interna dei software che arrivavano dagli Usa. Secondo Bloomberg, l’azienda avrebbe aumentato i turni di lavoro e pagato cospicui premi ai dipendenti meritevoli di aver contribuito a scongiurare una crisi immediata, mentre i manager sono impegnati a infondere “motivazione2.

IL RUOLO DEL CONGRESSO

Intanto, negli Usa l’attenzione ai rischi derivanti da Huawei sono apparsi molto più diffusi rispetto ai soli sforzi dell’amministrazione. A Capitol Hill è nata un’iniziativa bipartisan (presidiata da tanti repubblicani di spicco come Tom Cotton, Marco Rubio e Mitt Romney), “The Future 5G Future Act di Defending America”, per impedire alla presidenza di rimuovere il gigante cinese dalla lista nera senza l’approvazione del Congresso. Iniziativa avanzata con forza dopo l’incontro tra Trump e Xi Jinping, ma soprattutto dopo che il presidente si era trovato d’accordo con gli amministratori delegati delle aziende Usa che vendono a Huawei (Google su tutti) riuniti alla Casa Bianca lo scorso 22 luglio. I dirigenti avevano chiesto a Trump “decisioni tempestive sulle licenze”, desiderosi di continuare a vendere le proprie tecnologie al colosso del Dragone.

LA LINEA DELLA CASA BIANCA

Eppure, l’impressione è che il presidente, pur conservando l’animo del manager, sia piuttosto allineato al Congresso sul dossier del 5G. Proprio domani entreranno in vigore le nuove misure attivate dalla Casa Bianca, e decise mesi fa da Camera e Senato, che impediscono a ogni agenzia del governo degli Stati Uniti di siglare contratti di fornitura con Huawei, con poche e stringenti deroghe. I timori sono d’altronde noti. Washington sostiene da tempo che il gigante delle telecomunicazione rappresenti una diretta ramificazione di Pechino, un’estensione tecnologica del softpower cinese con elementi di intelligence e sicurezza nazionale che lo avvicinano non poco all’hardpower. Per questo, gli Usa stanno chiamando a raccolta anche gli alleati e i partner tradizionali, invitandoli senza troppi giri di parole a evitare di affidarsi a Huawei nel crescente campo del 5G. Quasi tutti hanno raccolto l’invito. L’Italia ha invece mostrato posizioni più incerte, con un quadro che si complica nel pieno di una crisi di governo dalle dubbi evoluzioni. In ogni caso, sono tentennamenti da sanare al più presto.

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