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I fatti indicano che Khalifa Haftar più che “un interlocutore”, come lo definisce il presidente del Consiglio italiano, sia un despota molto più interessato a bombardare i suoi nemici e prendersi Tripoli, piuttosto che al dialogo. E invece, “[Haftar e la Cirenaica] sono interlocutori con cui confrontarsi per pervenire ad una soluzione pacifica e sostenibile”, diceva due giorni fa il premier Giuseppe Conte nel corso del question time alla Camera– mentre rispondeva all’interrogazione sulle iniziative diplomatiche in corso per la stabilizzazione della Libia da parte della deputata di Forza Italia, Mara Carfagna.

Quando l’iniziativa diplomatica è stanca e non focalizzata, le armi aumento di intensità. Negli ultimi due giorni i bombardamenti aerei hanno preso la scena. Lo scontro è bloccato, nonostante Haftar continua promettere una fantomatica “ora zero” per la conquista di Tripoli, ma la situazione non è cambiata affatto, e come spesso accade quando questi bluff vengono scoperti, adesso l’autoproclamato Felmaresciallo schiaccia l’acceleratore dei bombardamenti aerei – che finiscono facilmente fuori bersaglio, come quello tragico su un centro migranti a sud di Tripoli.

Stanotte aerei riconducibili all’Lna (la milizia di Haftar) hanno bombardato la sede dell’Accademia dell’aeronautica a Misurata, città-stato che coordina la difesa del governo onusiano di Tripoli – il Gna che, val la pena ricordare sempre, è riconosciuto dalla Comunità internazionale, mentre Haftar che vuole rovesciarlo non lo è. Quello di stanotte è stato un attacco che indica il coinvolgimento — via aerea intanto — di un fronte molto più profondo di quello a sud di Tripoli e che s’è concentrato su un obiettivo non attivo non coinvolto nei combattimenti dal 2015 (anche se sembra essere il centro di controllo dei velivoli senza pilota del Gna). Ieri gli aerei misuratini hanno invece colpito sull’area di al-Jufra, che è il punto di sbocco logistico tra la Cirenaica — feudo controllato militarmente dal Feldmaresciallo.

In questo quadro complicato, va riportata un’informazione che per ora non trova troppe conferme ufficiali che riguarda un altro aereo, un C-17 dell’Air Force, che il 21 luglio avrebbe portato in Libia, a Misurata, un team di militari statunitensi partito dalla Giordania. C’è però una dichiarazione non smentita del portavoce dell’operazione Bunyan al Marsous, ossia quella congiunta tra i misuratini e gli americani che ha scacciato la presenza statuale dello Stato islamico a Sirte nel 2016. I militari sarebbero di AfriCom, il comando del Pentagono che gestisce l’Africa da un quartiere generale a Stoccarda, che però non ha commentato, forse anche perché in questi giorni le comunicazioni sono state concentrate sul cambio di guida tra generali.

L’informazione è di quelle importanti se verrà confermata, e potrebbe addirittura collegarsi all’azione aerea haftariana su Misurata, che diventerebbe una sorta di messaggio – delicatissimo, mirato, perché gli emiratini e il Feldmaresciallo non hanno nessuna intenzione di colpire forze Usa: sarebbe un pastrocchio irrisolvibile. Lo spostamento statunitense seguirebbe inoltre uno statement che il dipartimento di Stato ha diffuso recentemente coinvolgendo una serie di alleati (tra cui l’Italia) per chiedere il cessate il fuoco a Tripoli. La presenza americana a Misurata — centro della difesa militare ma anche politica del piano onusiano rappresentato dal Gna e cuore degli anti-Haftar — diventerebbe dunque piuttosto interessante, e unita a questa mossa diplomatica indica movimenti già segnalati verso un leggero aumento del coinvolgimento Usa sul dossier libico.

(Foto: af.mil)

Conte propone il dialogo con Haftar. Ma lui bombarda

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