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Per la prima volta dal 2014, una sessione del parlamento libico, noto con l’acronimo inglese HoR (House of Representatives) si è riunita a Tripoli, sede ufficiale dell’assise che però durante la guerra civile di cinque anni fa s’era auto-esiliata a Tobruk, nell’Est del paese.

“Politicamente è una cosa molto importante” ci dice una fonte misuratina “perché tutti quei parlamentari riuniti stanno facendo dichiarazioni contro la guerra”, ossia contro l’assalto a Tripoli lanciato dal signore della guerra dell’Est libico, Khalifa Haftar, con l’obiettivo di destituire il governo di accordo nazionale (Gna) guidato da Fayez Serraj. “E tutto avviene in questa fase delicatissima in cui certe dinamiche possono anche cambiare gli equilibri: in Libia nessuno vuole una guerra tra i cittadini”.

L’HoR è stato per lungo tempo la spalla politica che ha sostenuto Haftar attraverso il suo presidente, Agila Saleh. Secondo l’agenda — diffusa in forma informale — della riunione odierna tripolina, sarebbe stata in programma anche la nomina di un nuovo presidente (a patto di raggiungere il quorum). Si attendono informazioni più precise, perché il numero dei partecipanti oscilla tra i quaranta e i settantatré, tra questi anche diversi da Bengasi (che hanno boicottato Haftar).

La annotazione sostanziale è che il parlamento sottrae il monopolio dei legislatori all’autoproclamato Feldmaresciallo, ci fa notare un’altra fonte dall’ambiente diplomatico. Il collegamento che si era creato, era del tutto simile a quello interno ai regimi: l’appoggio politico sottintendeva fedeltà militare, cui si collegavano concessioni in termini di benefici economici per tenere vicino Haftar. Un mutuo interesse per quei parlamentari che si sono da sempre opposti al percorso dettato dall’Onu.

E il parlamento è un elemento fondamentale nel programma stabilito dalle Nazioni Unite con il Libyan political agreement del 2015. Il percorso collegato al Gna prevederebbe infatti che il governo Serraj riuscisse a ottenere la fiducia dei rappresentanti che sono l’ultima istituzione regolarmente eletta dai libici e per questo internazionalmente riconosciuta alla pari dell’esecutivo onusiano. Però Serraj non è mai riuscito a muovere su di sé la maggioranza degli eletti: negli anni passati, le varie riunioni per la fiducia sono state via via boicottate – anche attraverso le pressioni e i metodi coercitivi haftariani, con la sponda dei politici che lo coprono.

All’inizio dell’aggressione, a Tripoli erano stati 49 i membri dell’HoR che avevano firmato una dichiarazione per condannare l’escalation e chiedere un immediato cessate il fuoco, mentre 31 ne avevano sostenuta un’altra avallando le operazioni di Haftar sulla capitale: “una guerra santa al terrorismo”. La narrazione della campagna anti-terrorismo è quella con cui il Feldmaresciallo difende le sue attività e che viene rimbalzata dai suoi sponsor internazionali; per esempio, oggi, in un post su Twitter, il ministro degli esteri degli Emirati Arabi Uniti, Anwar Gargash, ha detto che Haftar sta combattendo per liberare Tripoli “dalle milizie estremiste”.

Abu Dhabi, con Il Cairo, hanno acquisito influenza su alcuni dei parlamentari di Tobruk anche utilizzando questo genere di proxy ideologico, che è lo specchio delle spaccature interne al mondo sunnita, diviso tra le letture islamiste dei Fratelli musulmani, sposate da Qatar e Turchia, cui rispondono anche parlamentari misuratini e tripolini, pro-Serraj (o meglio: anti-Haftar) e quelle più universalistiche di Emirati, Egitto e Arabia Saudita (che considerano i Fratelli alla stregua di un gruppo terroristico).

 

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