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Si, certo, siamo in campagna elettorale. Condizione peraltro permanente, visto che da marzo dello scorso anno ad oggi abbiamo avuto una regione al voto ogni tre mesi (più molti comuni) e considerato che questo stato di cose continuerà anche dopo le elezioni europee (ad esempio per le regioni Calabria, Emilia Romagna e, verosimilmente, Umbria). Però il comprensibile stato di agitazione causa urne spiega solo parzialmente lo stato di cose che abbiamo sotto gli occhi, che invece necessitano di una riflessione, soprattutto dopo le ultime (drammatiche) ore.

Siamo infatti in una sorta di “pantano” politico, una palude insidiosa in cui è difficile muoversi e vedere la sponda della riva. A questo stato di cose concorrono tre fattori essenziali, che ora proviamo ad elencare.

Punto primo: la maggioranza di governo è sotto pressione per due micidiali motivi, che poco hanno a che fare con le vicende del sottosegretario Siri o del sindaco Raggi. Il primo attiene alla situazione di fragile equilibrio economico nazionale, con i conti pubblici pesantemente condizionati da una congiuntura sfavorevole ed una crescita tanto auspicata quando difficile da ottenere. Il secondo è ben visibile nel ribaltamento dei rapporti di forza tra Lega e M5S, che oggi vedono Salvini molto più “votato” di Di Maio mentre in Parlamento la distribuzione dei seggi è esattamente all’opposto. Ebbene, il combinato disposto di questi due fattori rende il governo Conte esposto a tempeste continue, come un fuoco che nessun estintore può spegnere.

Punto secondo: le opposizioni non sono in grado di coalizzarsi tra loro ed in più sono deboli (per motivi diversi) e numericamente poco significative in Parlamento. Berlusconi è sul finire della sua avventura politica e non è in grado di andare oltre accordi di carattere locale con la Lega. Il Pd si sta riprendendo dopo anni (la stagione dominata da Matteo Renzi) di feroci contrapposizioni interne ma è ancora fragile elettoralmente (ha perso tutte le elezioni degli ultimi anni a tutti i livelli) e per giunta deve fare i conti con vicende come quella dell’Umbria che ne minano il consenso anche nei territori storicamente più favorevoli. Il partito di Giorgia Meloni infine è si combattivo, ma piccolo e schiacciato a destra dalla Lega, quindi scarsamente rilevante. Tirando le somme, si può dire che le opposizioni non dispongono di un progetto di governo alternativo a quello giallo-verde.

Punto terzo: questo Parlamento non è in grado di produrre una maggioranza diversa dall’attuale anche con il coinvolgimento di almeno una delle forze attualmente alleate, come è facilmente dimostrabile. Non è infatti sensato immaginare un accordo di governo tra M5S e PD (che invece è stato in agenda nelle trattative della primavera 2018, ma che ora Zingaretti non può che avversare) e non ha senso immaginare un esecutivo Salvini con il sostegno di Meloni e Berlusconi, perché Salvini non lo vuole ma anche perché avrebbe bisogno di transfughi a cinque stelle per stare in piedi, ipotesi ad oggi non praticabile (innanzitutto per Salvini).

Eccolo quindi servito il pantano. Maleodorante (il clima di sospetti reciproci ormai si taglia fette), invalidante (l’agenda di governo fatica ad andare avanti), estenuante (inseguire le polemiche quotidiane tra Lega e M5S significa tenere d’occhio giornali, radio, tv e social dalla mattina all’alba fino a notte fonda). Un pantano da cui nessuno sa come uscire e da cui molti non vogliono uscire. Un pantano che chiama anche il Capo dello Stato ad un esercizio difficile, soprattutto in vista dell’autunno (e della legge di bilancio). Quasi certamente servirà un fattore esogeno per dare una svolta. Però allo stato nessuno capisce quale.

Salvini

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