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VENERDI’ LA DISCUSSIONE ALLE NAZIONI UNITE

Ieri, con un messaggio diffuso tramite il suo portavoce, il signore della guerra dell’Est libico, Khalifa Haftar, ha provato a spronare le sue milizie lanciate in un’offensiva contro Tripoli. Una campagna militare che ha come obiettivo destituire il leader del processo avviato quattro anni fa dall’Onu per rappacificare il paese, Fayez Serraj, e autoproclamarsi nuovo rais libico.

L’attacco a Tripoli – denunciato da Serraj come un’aggressione, che sarà discussa venerdì al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite dal capo della Corte internazionale dell’Aia per valutarne i crimini di guerra – è in stallo. Anche per questo, l’autoproclamato Feldmaresciallo della Cirenaica ha alzato la posta in gioco, definendo la missione su Tripoli “una guerra santa” da non interrompere nemmeno, come richiesto dall’Onu, in questa prima settimana di Ramadan.

È la narrazione haftariana sulla battaglia anti-terrorismo, dove per terroristi l’uomo forte (o wannabe) della Cirenaica intende i gruppi armati che difendono Tripoli.

Le Nazioni Unite chiedono una tregua umanitaria per lo meno in questa prima settimana del mese sacro; Haftar invece incita i suoi milizia ad aumentare le pressioni sull’attacco. Ma Haftar sarebbe davvero in grado di prendere questo ruolo di raìs? È l’argomento che è stato dibattuto da alcuni esperti del Carnegie Endowment for International Peace di Washington, uno dei più importanti think tank al mondo, che si occupa di indirizzare e studiare policy per i governi.

NON SEMBRA ESSERE AL MEGLIO DELLA SUA SALUTE

La risposta alla domanda arriva da alcuni esperti cui il Carnegie ha affidato il compito di fare il punto periodicamente su questioni relative alla politica e alla sicurezza del Medio Oriente e del Nord Africa. “Khalifa Haftar non può essere un nuovo Gheddafi, le loro storie sono diverse e arrivano in momenti diversi, e c’è un diverso sostegno popolare”, spiega al think tank americano Arturo Varvelli, co-head del MENA Center dell’Ispi. Che fa notare anche che è un uomo di 75 anni (“Muammar Gheddafi aveva solo 27 anni al tempo del colpo di stato”), che anche lo scorso anno era stato ricoverato in un ospedale di Parigi.

“Non sembra essere al meglio della sua salute. Sembrava che potesse essere in grado di conquistare Tripoli presto, e stringere la sua presa sul potere in Libia [..] e se anche assumessimo che è in grado di stabilire una certa stabilità, dobbiamo chiederci per quanto tempo potrebbe durare quella stabilità?” dice l’analista italiano.

Nelle scorse settimane, Haftar era stato al centro delle discussioni sull’asse Stati Uniti-Italia che guarda alla Libia, perché la Casa Bianca aveva fatto sapere al pool di giornalisti che segue Donald Trump di una telefonata fatta dal presidente americano al capo dei miliziani della Cirenaica. Un contatto che sembrava aver spostato l’asse americano verso Est, e dunque contro il progetto politico Onu insediato a Tripoli, e che aveva messo in subbuglio diverse cancellerie, tra cui Roma, che ha sposato il lato onusiano (domani il premier Giuseppe Conte vedrà a Roma Serraj, che chiederà all’Italia maggior supporto: e dopo Roma farà lo stesso con Germania, Francia e Regno Unito).

La situazione era stata poi normalizzata dal Consiglio di Sicurezza nazionale, e prima ancora da dipartimento di Stato e Pentagono. Ora l’iniziativa del Carnegie e diverse analisi pubblicate su vari media: per esempio, Sasha Toperich, vice presidente del Transatlantic Leadership Network, che su The Hill, il più seguito giornale di Capitol Hill, scrive che Haftar “non può più essere parte” della soluzione in Libia.

haftar, Libia

I dubbi di Washington su Haftar (anche sulla sua salute)

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