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In Argentina i numeri non mentono. Il Paese rischia di sprofondare per l’ennesima volta in una crisi economica. Ad aprile del 2018 il peso argentino ha cominciato una corsa veloce di svalutazione. Il Pil è crollato del 2,5% mentre l’inflazione è aumentata del 47,6%, alzando il costo di alimenti e servizi.

Secondo l’agenzia Ecolatina, la crescita della povertà in Argentina non è una sorpresa perché l’anno scorso il salario ha sofferto la più grande caduta dal 2002 e si è registrato una considerabile “precarizzazione del lavoro”. Con il 65% il tasso di riferimento della banca centrale argentina è la più alta al mondo.

Secondo le cifre ufficiali, negli ultimi mesi del 2018 l’indice di povertà urbana è salito di 6,3%, per collocarsi al 32%. Un argentino su tre è povero e quasi la metà dei bambini non ha le necessità basiche soddisfatte. Si tratta del secondo aumento consecutivo della povertà, che coincide con un periodo di instabilità degli indici macroeconomici.

Il presidente argentino Mauricio Macri, arrivato al potere nel 2015, potrebbe non farcela nella rielezione del 27 ottobre di quest’anno. È mancato nella promessa di eradicare totalmente la povertà e migliorare gli indici economici del Paese sudamericano. Il suo consenso popolare è sceso al 35% anche a seguito delle misure di austerità imposte per rispettare i patti con il Fondo Monetario Internazionale.

Il governo argentino in questi giorni ha inviato in Parlamento un progetto di riforma dello statuto della Banca centrale, come parte degli impegni assunti con il Fondo monetario internazionale in cambio dell’approvazione di un programma di assistenza finanziaria da 57,1 miliardi di dollari.

La proposta di legge spera di aumentare l’autonomia e l’indipendenza della banca dal potere politico e cerca di fissare la stabilità dei prezzi come obiettivo principale di politica monetaria fissato nello statuto. Tra le modifiche, concordate con l’Fmi, c’è la norma che impedisce il finanziamento del Tesoro ed il pagamento del debito statale attingendo alle riserve.

Da quanto si legge su Bloomberg, la banca centrale argentina ha annunciato che non permetterà che il suo tasso di interesse scenda sotto il 62,5% in aprile, rafforzando la campagna di protezione del peso. La moneta argentina “ha perso più della metà del suo valore rispetto al dollaro – sostiene il sito finanziario – e l’economia è scesa in recessione, mentre la preoccupazione degli investitori per i deficit della nazione ha contribuito a scatenare il crollo del peso”.

Il governo di Macri e il Fmi insistono che l’economia argentina inizierà a rimbalzare nel secondo trimestre del 2019, grazie alla raccolta di soia e alle esportazioni argentine, ma alcuni credono che un rimbalzo non può aver luogo con tassi e inflazione così alti. Per Adrian Yarde Buller, responsabile della ricerca presso la società di intermediazione Grupo Sbs a Buenos Aires, “gli annunci creano confusione e fanno nutrire dubbi riguardo a quello che è il vero strumento di politica monetaria”.

Combattere l’inflazione, cercando di attenuare le misure di austerità, è la gran sfida economica con cui si giocherà il suo futuro il presidente Macri.

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