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La liberazione del leader dell’opposizione, Leopoldo López (nella foto con Juan Guaidó), all’alba del 30 aprile, ha segnato l’inizio della fase definitiva dell’Operazione Libertà. Il giovane politico, in carcere dal 2014 (e dal 2017 agli arresti domiciliari) per tradimento alla patria e incitazione all’odio, è il prigioniero politico più famoso in Venezuela, simbolo della piega totalitaria del regime di Nicolás Maduro.

L’uscita di López dalla propria abitazione è stata possibile solo grazie alla cooperazione di alcuni membri del Servizio Bolivariano di Intelligence Nazionale (Sebin). Secondo il sito di informazione indipendente Efecto Cocuyo, a López è stato disattivato il braccialetto elettronico che successivamente si è tolto con l’aiuto di una tenaglia. “Dalle prime ore del mattino del 20 aprile – si legge su Efecto Cocuyo – molte fonti dell’opposizione hanno avvertito che la liberazione di López era stata prematura e senza misurare gli effetti. Nel corso della giornata, abbiamo confermato che quel capitolo dell’Operazione Libertà è stato attivato prima del previsto, anche se non sono chiare le motivazioni”.

Di certo qualcosa è andato male durante la giornata di ieri. Nel tardo pomeriggio, la moglie di Leopoldo López e i figli si sono rifugiati nell’ambasciata di Spagna. E sembrerebbe che prima fossero stati nella sede diplomatica del Cile, insieme al leader dell’opposizione.

Ieri, inoltre, si sperava nell’apertura di una via istituzionale da parte del Tribunale Supremo di Giustizia (Tsj) per l’uscita di Nicolás Maduro dal governo. La strada a seguire sarebbe stata semplice: il presidente del Tsj Maikel Moreno avrebbe attivato una sentenza, dopo il generale e ministro della Difesa, Vladimir Padrino e insieme ad altri alti funzionati delle Forze Armate del Venezuela avrebbero chiesto le dimissioni a Maduro. Il tutto con il sostegno dei cittadini in piazza durante la manifestazione programmata per il 1° maggio.

Il consigliere per la Sicurezza degli Stati Uniti, John Bolton ha dichiarato ieri che Maikel Moreno, Padrino e anche il generale Ivan Hernández Dala erano d’accordo sull’estromissione di Maduro, in modo così da aggiungere più sostegno militare a Guaidó.

Secondo il sito El Confidencial  l’accordo prevedeva che tutto sarebbe accaduto il 2 maggio: “L’intesa era stata negoziata dagli americani, l’opposizione guidata da Guaidó, l’intelligence del Sebin, Maikel Moreno del Tsj e alcuni militari. Ma il personalismo di Guaidó e di López ha messo a rischio il piano”.

La giornata si è conclusa con un discorso di Maduro a reti unificate, nel quale dava per conclusa la sommossa militare. Maduro ha ribadito la fedeltà dei vertici militari e il “sangue freddo” delle forze di governo per sventare la crisi: “Cosa cercavano? Uno scontro militare? A chi beneficia tutto ciò? Al Venezuela, alla democrazia venezuelana? Alla pace? […] Tutte le basi militari erano in allerta, assolutamente fedeli alla Rivoluzione, al comandante e alla Costituzione”.

Guaidó, intanto, non intende mollare. Ha detto che l’Operazione Libertà entra oggi, 1° maggio, nella sua vera fase finale, con le proteste organizzate in tutto il Venezuela. Per il leader dell’opposizione, Maduro “non ha il controllo delle forze armate e neanche del popolo”. E la manifestazione di oggi lo dimostrerà.

Venezuela, gli errori di Guaidó rischiano di favorire Maduro

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