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Non ne conosciamo ancora il contenuto, ma quel che è sicuro è che il report finale dell’indagine che il procuratore Robert Mueller sta conducendo, grazie agli incarichi speciali che il dipartimento di Giustizia gli affidato per andare a fondo sull’interferenza russa durante le presidenziali, è imminente. Da qui alle prossimi settimane, qualsiasi giorno potrebbe essere buono per l’uscita del “rapporto Mueller” (“impareremo a diventare familiari con questa espressione” scrive nella sua newsletter Francesco Costa, giornalista tra i più esperti in Italia di politica statunitense).

Non sappiamo cosa di quel rapporto sarà reso pubblico e cosa secretato, e non sappiamo che indicazioni conterrà. Mueller ha avuto un mandato plenipotenziario, ha potuto indagare su qualsiasi reato si è imbattuto durante la sua inchiesta – e infatti nella rete sono finiti pesci grossi già condannati per capi d’accusi secondari – ma l’obiettivo dello special counsel è far chiarezza su tre punti.

Primo, l’interferenza russa, il piano (chi, cosa, come, per metterci un punto definitivo) con cui il Cremlino ha lavorato per alterare il corso delle elezioni presidenziali statunitensi – c’è stato un hackeraggio contro i democratici e una campagna di diffusione dei documenti rubati, spinti per far in modo di infangare la candidata Dems e avvelenare il dibattito.

Secondo, capire se il comitato elettorale dell’allora contender repubblicano – l’attuale presidente Donald Trump – ha avuto o meno collusioni con questo piano (e capire, in questo caso, se Trump ne era a conoscenza). Terzo, verificare se il presidente ha cercato, una volta entrato nello Studio Ovale, di intralciare il corso della giustizia; qui la nomina stessa di Mueller è oggetto di interesse: Trump ha licenziato James Comey, il direttore dell’Fbi che conduceva l’inchiesta sulla Russia, perché si stava spingendo troppo oltre? (Memo: Mueller fu nominato a capo di quello che i media americani chiamano il “Russia Probe“, da noi  è il Russiagate, dal vicesegretario alla Giustizia proprio dopo il sospetto licenziamento di Comey; e fu il vicesegretario a prendere la decisione sulla nomina perché l’allora segretario, Jeff Sessions, s’era già ricusato dall’inchiesta in quanto coinvolto direttamente).

Finora sui giornali non sono uscite troppe informazioni: il team di Mueller è rimasto per lo più sigillato, tuttavia si sa con certezza che alcuni personaggi nell’ambito della campagna elettorale di Trump hanno avuto contatti con funzionari del governo russo; per esempio uno di loro – Roger Stone, stratega repubblicano e amico personale di Trump – ha fatto da sponda tra WikiLeaks, che ha pubblicato i documenti sottratti dall’intelligence russa ai Democratici, e il comitato Trump, e per questo è stato arresto.

Qui sta la seconda certezza: le intelligence americane hanno già definitivamente appurato che i servizi segreti russi – in particolare le unità cyber del Gru, l’intelligence militare – hanno attaccato alcuni server del partito democratico e di elementi vicino alla candidata Hillary Clinton. Dal furto di quei documenti, che di fatto non contenevano niente di compromettente (tanto che non ci sono state inchieste a riguardo), e dalla successiva condivisione online attraverso WikiLeaks, sono iniziate a circolare storie falsa, costruite ad arte o alterate, sul conto dei Democratici e della loro candidata. Storie poi spinte attraverso una densa operazione di trolling e diffusione anche in quel caso orchestrata dalla Russia. Non sarà stato solo questo a far perdere Hillary – come lei una volta ha dichiarato – ma a contribuito.

Lo stato dell’arte dice che l’inchiesta Mueller è nella fase di revisione prima del report conclusivo, ma attenzione, perché non è conclusa. Anzi. Potrebbe infatti essere lo stesso dipartimento di Giustizia ad avviare procedimenti collegati a quello che c’è scritto nel rapporto, e poi c’è il lavoro dal Congresso. Le commissioni di Camera e Senato possono continuare le loro indagini indipendenti e aprirne di nuove, chiedere testimonianze (anche sotto giuramento) e mettere documenti agli atti. Da lì tutto potrebbe succedere, fino alla fanta-politica dell’impeachment.

Qui sta il nodo politico. Il rischio per i Democratici – che da gennaio controllano la Camera e tutte le relative commissioni per effetto della vittoria alle elezioni di metà mandato – è di farsi ingolosire dalla situazione. Il rapporto Mueller è infatti un terreno che potrebbe essere scivoloso per i Dems. Se da un lato ne potranno usare i contenuti per placare la sete di vendetta che alcune classi di elettori soffrono contro Trump, dall’altro dovranno essere bravi a giocarsi le carte giuste. Perché potrebbe rivelarsi un boomerang; l’esperienza con l’impeachment voluto dai Repubblicani contro Bill Clinton può essere da esempio.

L’attuale leader dell’Asinello, la speaker della Camera Nancy Pelosi, sembra aver già assimilato il concetto. La democratica, nonostante le apparenze e lo scontro necessario con la Casa Bianca, è anche per certi versi rappresentante della linea meno ostile a Trump all’interno del partito. E allora, la somma della doppia circostanza: Pelosi ha parlato dell’indagine di Mueller, e a proposito di spingere fino al punto dell’impeachment dovessero uscire certi risultati, ha detto che il rischio è che il processo diventi “divisivo”.

Il punto è il traguardo: nel 2020 si voterà di nuova per la presidenza, i Democratici sono effervescenti (praticamente il lancio delle candidature è diventato una faccenda quasi quotidiana) e hanno buone chance di vittoria – anche perché il vantaggio ottenuto alle ultime presidenziali è quasi raddoppiato alle Miterms: Clinton ottenne circa 3 milioni di voti più di Trump, ora pare che gli elettori democratici siano circa 8 milioni in più dei repubblicani.

Ma per passare tra la gente, i Dems dovranno essere bravi anche a gestire i risultati del rapporto Mueller, usandolo come un regalo politico, ma senza avviare procedure congressuale ambiziose, che potrebbero produrre sugli elettori un calo di appeal. “Non dovremmo scommettere sulle nostre prospettive future di riconquistare la Casa Bianca solo in base a quello che è nel rapporto di Mueller”, ha detto alla Reuters Maria Cardona, una stratega democratica che ha lavorato per Clinton e nelle campagne presidenziali di Barack Obama.

La polarizzazione a cui è arrivata la politica statunitense, ha creato mostri in entrambi gli schieramenti. Sul lato trumpiano/repubblicano in molti sono pronti a sostenere il presidente a prescindere da quel che uscirà dal Russiagate. Secondo un sondaggio fatto da Reuters in collaborazione con Ipsos a gennaio, più dei due terzi dei repubblicani credono che l’Fbi e il dipartimento di Giustizia “stiano lavorando per delegittimare il presidente Trump attraverso indagini politicamente motivate”. Per evitare di aumentare quella percentuale e farla allargare ad altre componenti elettorali, il compito dei Democratici sarà evitare eccessive polarizzazioni dei risultati del report.

Trump e la Russia. Il rapporto Mueller e il rischio boomerang per i Democratici

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