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Forse è sbagliato cercare la cifra di ogni pontificato. In questo pontificato, ad esempio, hanno un ruolo cruciale la questione della famiglia, presentata dall’esortazione apostolica “Amoris Laetitia” e quella ambientale, come indica l’enciclica “Laudato si’ ”. Ma se non fosse un errore blu cercare una cifra allora si potrebbe dire che cogliere l’enormità della questione migratoria è stata ed è la cifra del pontificato di Jorge Mario Bergoglio, che ha compiuto nel 2013 il suo primo viaggio fuori dalle mura vaticane recandosi a Lampedusa.

La questione migratoria in questo millennio non è diventata soltanto una questione di umanità, ma la spia rossa del nuovo muro, quello che divide il nord e il sud del mondo. Così come Giovanni Paolo II, il primo vescovo di Roma venuto dall’est europeo, contribuì all’abbattimento del muro che sperava est e ovest, Bergoglio non può né accettare né contribuire all’edificazione del muro che si intende costruire per separare nord e sud del mondo. Così la sua importantissima prima giornata in Marocco lo ha portato prima all’incontro con il re, le autorità, il corpo diplomatico e la società civile, poi a visitare la scuola di formazione di predicatori e predicatrici dell’islam, vero contributo globale del Marocco al rafforzamento dell’islam spirituale e illuminato rispetto a quello wahhabita e reazionario, poi all’incontro con loro, i migranti, nel centro Caritas. Una scelta spirituale, simbolica, culturale, politica. O i nuovi blocchi, figli della paura e dell’ideologia dello scontro di civiltà, o l’universalità del messaggio cattolico…. E cosa ha detto ai tanti migranti che lo hanno ascoltato in “religioso” silenzio?

Lui ha assicurato che la Chiesa punta ad essere “porto sicuro di accoglienza” di fronte alla “ferita grande e grave che continua a lacerare gli inizi di questo XXI secolo”: la migrazione, “una ferita che grida al cielo”. In primo luogo ovviamente “l’indifferenza e il silenzio” che non saranno mai accettate da Bergoglio, l’uomo e il leader religioso che ha denunciato l’indifferenza, la società della solitudine e dell’indifferenza, delle vite di scarto. Lo sviluppo infatti per Francesco non si misura sugli indicatori tecnologici, ma su quelli dalla nostra permanenza, quali esseri umani, della capacità di smuoverci e commuoverci davanti al fratello. Basta falsi idoli, ha ammonito, quelle che arrivano a schiavizzare. Questi idoli, ha ripetuto ancora una volta, promettono una falsa felicità, ma in realtà ci isolano, ci rendono soli, impauriti, incapaci di reagire davanti alla sofferenza dell’altro. Le città dei falsi idoli dunque sono apparse per quello che sono, deserti, e noi quali figli di una madre sterile e di un padre che non può donarci la compassione.

Il mondo che si è visto attraverso le sue parole è un mondo desertificato, dove trovare l’acqua vuol dire scoprire milioni di esseri umani che chiedono protezione internazionale e non la ottengono, che sono vittime della tratta internazionale ma senza qualcuno che li difenda. Ecco quindi l’invito chiaro, sferzante: allargare i meccanismi di accesso legale all’Europa. Lui ha detto allargare, ma se avesse detto “creare” chi avrebbe potuto parlare di eccesso, visto che nelle condizioni date nessuno riesce a capire una persona che abbia diritti alla protezione o all’asilo possa arrivare legalmente in Europa?

Quindi ha ricordato la Conferenza intergovernativa di Marrakech che nel dicembre scorso ha ratificato l’adozione del Patto mondiale per una migrazione sicura, ordinata e regolare, un “importante passo” avanti per la comunità internazionale, al quale sin qui non registriamo il sì italiano. Ovviamente questo nel discorso di Bergoglio non è stato citato, ma sono ricorsi i suoi quattro verbi: accogliere, proteggere, promuovere e integrare. “Mi piace pensare che il primo volontario, assistente, soccorritore, amico di un migrante è un altro migrante che conosce in prima persona la sofferenza del cammino. Non si possono pensare strategie di grande portata, capaci di dare dignità, limitandosi ad azioni assistenzialistiche verso il migrante. Cosa imprescindibile, ma insufficiente. È necessario che voi migranti vi sentiate i primi protagonisti e gestori in tutto questo processo.” Proteggere poi è un lavoro necessario per difendere diritti e dignità, a cominciare da quelli dei bambini, e guardando quelli presenti in sala ha detto: per loro “dobbiamo lottare”. Proteggere poi vuol dire assicurare i diritti umani e la dignità umana. E il riferimento ai tantissimi minori accompagnati è stato tanto scontato quanto pietrificante, se si considera l’abbandono in cui versano. Assistenza medica, psicologica e sociale sono richieste tanto ovvie quanto rivoluzionarie nel contesto oggi dato. Promuovere poi vuol dire che un ambiente sicuro può consentire di realizzarsi. Se nessuno è uno scarto ognuno ha diritto a vedersi riconosciuto come portatore di una ricchezza, umana e professionale. Per giungere qui occorre l’apprendimento della lingua del paese dove si giunge, premessa per sconfiggere razzismo e xenofobia, realizzazione e integrazione. L’integrazione per Bergoglio “indica un processo che valorizzi al tempo stesso il patrimonio culturale della comunità che accoglie e quello dei migranti”, in una società finalmente interculturale e aperta.

“Spesso, rinunciamo all’incontro con l’altro e innalziamo barriere per difenderci. Integrare richiede dunque di non lasciarsi condizionare dalle paure e dall’ignoranza”. Lui, il papa, ha concluso assicurando che loro sono al centro del cuore della Chiesa. Probabilmente perché al centro di quel cuore c’è Cristo. E nonostante che qualcuno lo abbia rimosso,o dimenticato, anche lui è stato un fuggiasco, “un migrante”, ai tempi della fuga in Egitto.

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