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Un anno è un tempo sufficiente per provare a tirar le somme e vedere quale sia stato il frutto della politica protezionista fortissimamente voluta dall’amministrazione statunitense innanzitutto nei confronti della Cina, con la quale sono in corso colloqui per arrivare a una normalizzazione delle relazioni economiche. Alcuni osservatori guardano a questi colloqui con ottimismo, ma è buona cosa ricordare che le tariffe sono facili a mettersi e difficili a togliersi. E per il momento l’unica cosa certa è che nel 2018 gli Usa hanno sviluppato una politica protezionista che non ha precedenti negli ultimi decenni, come sottolinea un bel paper pubblicato di recente dal Nber dal titolo eloquente (“The return to protectionism“).

Qui gli autori osservano che le tariffe sulle importazioni sono aumentate per una percentuale variabile fra il 2,6 e il 17% su 12.007 prodotti, che equivalgono al 67% dei prodotti importati, per un valore di 303 miliardi di dollari, pari al 12,6% dell’importo annuale Usa (valori 2017). “Queste misure – scrivono gli economisti del Nber – rappresentano le politiche protezioniste più comprensive messe in atto negli Stati Uniti dallo Smoot-Hawley Act del 1930”. All’epoca le tariffe furono innalzate fra il 40 e il 46% su un terzo dell’import Usa.

La decisione Usa ha provocato ovviamente una risposta dei partner commerciali uguale (più o meno) e contraria. Le tariffe su 2.931 beni esportati dagli Usa, pari al 34% dei prodotti complessivi, sono aumentate fra il 6,6 e il 23%, coprendo un valore di 96 miliardi di dollari, pari al 6,2% dell’export Usa (valore 2017). Questa impennata di protezionismo non si vedeva dal secondo dopoguerra. Quindi osservarne le conseguenze diventa interessante, sia dal punto di vista economico che storico. Il paper ha sviluppato un’analisi quantitativa alquanto complessa, ma i risultati sono abbastanza semplici. C’è stato un calo evidente delle importazioni daziate dai paesi partner pari al 31,5%, cui si è associato il trasferimento dell’aumento dei prezzi all’importazione su consumatori e produttori senza che ciò abbia condotto a un aumento evidente della competitività dei prodotti Usa concorrenti con quelli importati.

Sul lato dell’export si è osservato un notevole calo dei beni esportati, pari all’11%, che, sommandosi a una certa inelasticità della domanda dei prodotti Usa ha comportato un aumento di costi per i consumatori esteri. In sostanza i consumatori, Usa e non Usa, hanno pagato in prima battuta il costo della politica protezionista. Ma anche i produttori che importano beni esteri hanno pagato dazio, letteralmente. La somma delle perdite, per produttori e consumatori Usa, è stata stimata nello 0,37% del pil, pari a circa 68 miliardi di dollari. Al contrario la protezione ha beneficiato i produttori nei settori daziati, che hanno guadagnato circa 21,6 miliardi grazie ai rincari tariffari, e il governo. “Ma nel complesso dell’economia Usa, l’effetto è stato piccolo”. Per la precisione è stato negativo per 7,8 miliardi, pari allo 0,04% del pil.

Questo effetto modesto, però, nasconde diverse eterogeneità all’interno del tessuto produttivo Usa. Gli economisti hanno stimato “una deviazione standard delle retribuzioni reali nei settori tradable tra le contee dello 0,4%, rispetto a una diminuzione media delle retribuzioni reali dello 0,7%”. Quindi non solo i consumatori e i produttori, ma anche i lavoratori hanno pagato dazio.

Lo studio fa un ulteriore passo in avanti e analizza l’ipotesi che la politica protezionista fosse motivata da ragioni elettorali. Domanda inconsueta per un economista, ma è interessante seguirne il ragionamento per vedere dove conduca. La prima considerazione interessante è che le tariffe sembrano concentrati in settori dove la competizione elettorale era meno polarizzata, “suggerendo una potenziale ragione elettorale ex ante per le tariffe”. Ma soprattutto gli autori osservano che ” la maggior parte delle contee ha subito riduzioni
in salari a causa di ritorsioni” ma soprattutto che “i lavoratori nelle contee repubblicane hanno sopportato il peso maggiore dei costi della guerra commerciale, in parte a causa di ritorsioni sproporzionatamente mirate dell’agricoltura”.

Ricapitoliamo. Come da manuale il costo dei dazi, deciso per ragione evidentemente politiche, ha favorito i produttori dei settori protetti e il governo, ma complessivamente è stato neutro sull’economia. Il costo lo hanno patito i consumatori, all’Usa e all’estero, i produttori che importano beni daziati e anche i lavoratori. Quelli repubblicani più degli altri. Anche questo come da manuale. Dell’eterogenesi dei fini.

Il costo dei dazi Usa lo pagano consumatori e lavoratori

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