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La Camera dei deputati sta per avviare l’esame della proposta di legge per l’acqua pubblica, già approvata in Commissione Ambiente. Sarà davvero la rivoluzione promessa?

Senza dubbio il progetto, nella sua versione attuale, implica un cambiamento di vasta portata nell’organizzazione del sistema idrico. Tuttavia, difficilmente comporterà un miglioramento della qualità o una riduzione dei costi: è anzi più probabile il contrario. Il ddl, che nasce dalla proposta di legge di iniziativa popolare presentata dai comitati usciti vittoriosi dal referendum del 2011, poggia su tre pilastri: la cessazione anticipata delle concessioni in essere, il principio per cui i soggetti gestori devono avere la forma giuridica dell’ente di diritto pubblico (e non più, come accade oggi nella maggioranza dei casi, società di diritto privato), e il trasferimento dei poteri in materia di tariffa da un’autorità indipendente (l’Arera) al Governo (tramite il ministero dell’Ambiente). Ciascuna di queste misure avrebbe, per ragioni differenti, conseguenze negative, soprattutto sulla quantità e il costo degli investimenti programmati. Lo spieghiamo con Cosimo Melella in un paper appena pubblicato per l’Istituto Bruno Leoni.

L’anticipo della scadenza delle concessioni impone, di per sé, un esborso per le casse dello Stato: obbliga infatti a versare indennizzi ai gestori uscenti per compensare i costi degli investimenti già anticipati e non ancora pienamente recuperati attraverso la tariffa. Si tratta di almeno 15 miliardi di euro. La trasformazione dei gestori in enti pubblici avrebbe, invece, conseguenze enormi sulla loro operatività: a differenza delle società di diritto privato (incluse quelle a controllo pubblico), sarebbero sottoposti a tutti i vincoli della pubblica amministrazione (per esempio in materia di appalti e personale). Non solo: dal punto di vista statistico, essi verrebbe classificati all’interno del perimetro pubblico, col risultato che i relativi debiti (stimabili in 17 miliardi, a cui se ne aggiungeranno altri 2-4 all’anno per il fabbisogno di nuovi investimenti) dovrebbero essere consolidati nel bilancio degli enti controllanti e, in ultima analisi, nel debito pubblico. Infine, a dispetto di tutti gli scossoni che il settore ha subito negli ultimi dieci anni, se c’è un risultato che è stato raggiunto è proprio la certezza del quadro regolatorio, grazie al quale i progetti (specie quelli relativi alla depurazione) sono bancabili e vengono finanziati a costi ragionevoli. Tornare all’incertezza ineliminabile delle decisioni governative renderebbe più complicato (e potenzialmente costoso) finanziare le nuove opere. Infine, se parte del finanziamento fosse spostato dalla tariffa alla fiscalità generale, verrebbe indebolito il principio “chi inquina paga”, secondo cui il costo dei servizi deve essere il più possibile aderente ai costi (operativi e di investimento) per evitare gli incentivi impliciti al sovraconsumo.

Alla base di tutto questo c’è un gigantesco paradosso. L’obiettivo dichiarato del disegno di legge è riportare l’acqua in mani pubbliche. Ma l’acqua, in quanto risorsa, è già pubblica (e gratuita). Ciò che i cittadini pagano in bolletta è un servizio industriale complesso, che va dalla captazione alla potabilizzazione dell’acqua, passa per il trasporto e la raccolta dei reflui e infine la depurazione, a valle della quale l’acqua viene restituita pulita all’ambiente. Esistono diverse modalità di affidamento, ma hanno una cosa in comune: tra gestioni in economia, affidamenti diretti, società miste o quotate a maggioranza pubblica, oltre il 95 per cento della popolazione è servita da soggetti controllati dal pubblico. La pubblicizzazione dell’acqua e della sua gestione non è un obiettivo politico, ma una fotografia dello status quo. Dal punto di vista sostanziale, dunque, la riforma del sistema idrico ci riporterebbe al punto di partenza: ma, per arrivarci, caricherebbe sulle spalle di consumatori e contribuenti costi non necessari e, anziché migliorare quello che non funziona, finirebbe per scassare quello che funziona.

Vi spiego il gigantesco paradosso sull'acqua pubblica

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