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L’uscita di Washington dal trattato sul controllo dei missili “lascerà l’Europa più vulnerabile, la Russia in una posizione di vantaggio e il regime di non proliferazione più debole, senza portare reali vantaggi agli Stati Uniti”. Lo certifica l’Istituto affari internazionali (Iai) nell’ultimo Focus Euroatlantico, sviluppato nell’ambito dell’Osservatorio di politica internazionale, il progetto frutto della collaborazione tra Senato, Camera e ministero degli Esteri. L’approfondimento, firmato dal vice presidente esecutivo e responsabile del programma Multilateralismo e governance Ettore Greco, conferma le preoccupazioni già emerse anche su queste colonne.

LE PREOCCUPAZIONI EUROPEE

La scorsa settimana, era stato il sottosegretario del dipartimento di Stato americano Andrea L. Thompson a dare conferma dell’ultimatum già presentato a dicembre da Mike Pompeo. Dopo l’inconcludente incontro a Ginevra con il vice ministro degli Esteri russo Sergei Ryabkov, la Thompson presentava la deadline: il 2 febbraio. O i russi dimostreranno di rientrare nel rispetto del Trattato Inf, oppure da quella data gli Stati Uniti non si sentiranno più vincolati, riprendendo lo sviluppo dei missili vietati (quelli a raggio intermedio e lanciati da stazioni di terra). La preoccupazione principale, spiega Greco, “è che la fine del Trattato Inf, considerato uno dei pilastri dell’attuale sistema di controllo degli armamenti, possa dare adito a una pericolosa corsa agli armamenti che potrebbe coinvolgere anche altre potenze nucleari”.

L’IMPORTANZA DEL TRATTATO

D’altra parte, rimarca il vice presidente dello Iai, “nella fase finale della Guerra fredda il Trattato Inf ha rappresentato un punto di svolta, che ha aperto la strada ad altri accordi di disarmo bilaterale e facilitato il consolidamento del più ampio sistema multilaterale di controllo degli armamenti”. Firmato nel 1987 dal presidente Ronald Reagan e dal leader sovietico Mikhail Gorbaciov, il trattato prevede l’eliminazione e la definitiva rinuncia da parte dei due Paesi a tutti i missili basati a terra con un raggio compreso tra 500 e 5.500 chilometri. La vera novità di quell’accordo (che non ha una scadenza temporale) fu che “Usa e Urss si impegnarono per la prima volta non solo a limitare la crescita dei propri arsenali nucleari, ma anche a ridurli”. In questo senso, spiega Greco, “il trattato è il capostipite di una serie di altri accordi successivi tra Russia e America, in particolare quelli relativi alle armi nucleari strategiche (cioè non ‘di teatro’, da impiegare in battaglie limitate) come il Trattato Start del 1991 e il suo successore, il New Start del 2010”.

LA SCELTA DEL PRESIDENTE

Ora, vista la convinzione americana, tale pietra miliare potrebbe venir meno. Tre, spiega il Focus Euroatlantico, sono le ragioni che stanno spingendo gli Stati Uniti al ritiro: “Le violazioni russe, l’ostilità dell’amministrazione verso il controllo degli armamenti, e la deterrenza contro la Cina”, che non è tenuta al rispetto del trattato. Poi, c’è il contesto politico interno agli Usa. “Trump – nota l’esperto dello Iai – ha certamente compiuto questa mossa anche per allontanare, alla vigilia delle elezioni (il primo annuncio del presidente risale al 20 ottobre, poco prima delle midterm, ndr) lo spettro dello scandalo Russiagate e rintuzzare la connessa accusa, rivoltagli dai Democratici, di essere troppo accomodante verso la Russia”. Eppure, la questione è “sostanziale”. Gli Stati Uniti accusano Mosca di “aver sottoposto a test sin dal 2014 e poi dispiegato, a partire dal 2017, un missile di crociera – l’SSC-8 – capace di raggiungere i 2mila km, quindi ben oltre il limite di 500 km fissato dal trattato”. I russi negano, e rispondono con analoghe accuse agli americani, promettendo di tornare allo sviluppo dei missili in questione se l’accordo venisse meno.

NON È SOLO TRUMP

Ad ogni modo, non è solo Trump a portare avanti la causa del ritiro dal trattato. “In parte del Partito repubblicano – spiega Greco – c’è un radicato scetticismo nei confronti del controllo degli armamenti come strumento per garantire sicurezza e stabilità strategica. Ad essere criticati sono, in particolare, i sistemi di verifica previsti dai vari accordi, ritenuti inefficaci e lacunosi, specialmente alla luce dei recenti sviluppi tecnologici”. Così, nella recente Nuclear posture review del Pentagono, si “prospetta un’accelerazione del processo di ammodernamento e rafforzamento dell’arsenale nucleare Usa”. Una spinta decisa in questa direzione arriverebbe dal consigliere per la sicurezza nazionale John Bolton, che ha insistito a più riprese “sul carattere obsoleto e sull’inefficacia del Trattato Inf in quanto non terrebbe conto dei nuovi sviluppi tecnologici e della mutata situazione strategica”.

I RISCHI TRANSATLANTICI

A soffrire di più di una nuova corsa agli armamenti sarebbe il Vecchio continente. I missili intermedi russi non avrebbero la capacità di raggiungere gli Usa, ma certo non riscontrerebbero particolari problemi in Europa. Per questo, nota Greco nell’approfondimento presentato al Parlamento, “i leader europei, in particolare la cancelliera tedesca Angela Merkel, hanno fatto ripetuti tentativi per evitare il ritiro americano dal trattato e per ritardarne poi l’attuazione, ma, alla luce degli ultimi sviluppi, non sembra realisticamente che ci sia grande spazio per ottenere un ripensamento da parte di Washington”. Se la Nato ha abbracciato da tempo la posizione Usa sulle violazioni russe, l’Unione europea ha definito il trattato “un pilastro dell’architettura di sicurezza europea”, sottolineando come “il suo smantellamento aumenterebbe l’instabilità a livello europeo e globale”. In definitiva, conclude l’esperto, “la decisione di Trump, che è in aperto contrasto con la strategia perseguita dall’Ue in materia di controllo degli armamenti e disarmo, ha quindi aperto un’ulteriore grave frattura tra Usa ed Europa che rischia di provocare nei prossimi mesi tensioni crescenti a livello transatlantico”.

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