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Il combinato disposto della richiesta di autorizzazione a procedere in esame al Senato e dei dati economici diffusi dall’Istat è semplicemente micidiale e potenzialmente esplosivo: Matteo Salvini oggi è dominus assoluto, incontrastabile e quasi inafferrabile non solo della maggioranza di governo ma dell’intero sistema politico nazionale. Il leader della Lega infatti è titolare in esclusiva (contemporaneamente) di tre elementi peculiari che ne esaltano a dismisura il ruolo, elementi che però lo collocano anche in una dimensione di solitudine tutt’altro che semplice da gestire (pur essendo connaturata alla condizione di capo politico). Ma andiamo con ordine.

Salvini è innanzitutto titolare di una vasta capacità di manovra, poiché è a capo dell’unico partito in netta crescita rispetto alle elezioni di marzo e per giunta in grado di governare a Roma con una coalizione e a Milano, Genova, Venezia (e così via) con un’altra. La capacità della Lega di essere alla testa della coalizione di centro-destra quando serve (lo vedremo a giorni in Abruzzo, dove vincerà addirittura il candidato della componente più piccola dell’alleanza, cioè Fratelli d’Italia) convive infatti con l’essere ormai il primo azionista del governo giallo-verde, poiché i punti di distacco con il M5S sono difficilmente recuperabili a breve. Nessun altro “giocatore” dispone di questo patrimonio, giacché è del tuo irrealistico pensare ad una maggioranza Pd-M5S (quindi il Movimento non ha un piano B) ed è altrettanto privo di senso (nonché numericamente insufficiente) immaginare un accordo del Pd con Forza Italia.

In secondo luogo Salvini è oggi l’unico interlocutore abbordabile per il sistema delle imprese e più in generale per larga parte di quel che resta dell’establishment nazionale. La crisi economica (che ormai viaggia tecnicamente in condizioni di recessione) rende quanto mai urgente affrontare i temi delle opere pubbliche ferme e delle misure a sostegno delle imprese, terreni dove (al netto degli sforzi di Conte e Di Maio) è la Lega interlocutore privilegiato, non fosse altro che per ragioni “territoriali”. In questa chiave si inquadra la visita di oggi al cantiere Tav, evento certamente impensabile qualche mese fa e che oggi il M5S è costretto a subire senza lamentarsi troppo. Infine c’è l’inchiesta per sequestro di persona, terzo e decisivo elemento dello schema qui proposto.

Salvini entra così di diritto nel Pantheon dei capi politici (ognuno per motivi diversi sia chiaro) che hanno battagliato con i giudici negli ultimi decenni. Craxi, Andreotti, Berlusconi, Renzi: nessuno dei primi ministri di peso tra Prima e Seconda Repubblica ha potuto evitare di incrociare le lame con i magistrati, vero potere forte di una nazione ormai popolata da poteri debolucci (quello politico in particolare). Nella versione “imputato” però Salvini pone al suo alleato un problema grande, anzi enorme, anzi monumentale. Obbliga infatti il M5S ad aprire la propria “fase 2” (quella in cui governare diventa l’imperativo) abbandonando in qualche modo l’impostazione “dura e pura” originaria, percorso non indolore né facile soprattutto in una fase di consensi calanti (che però potrebbero avere una boccata d’ossigeno con l’entrata in vigore del reddito di cittadinanza).

Già, perché mentre il Salvini delle prime ore dopo la richiesta del Tribunale dei Ministri (quello quasi favorevole alla celebrazione del processo a suo carico) consentiva al Movimento di salvare capra e cavoli (cioè governo e anima) il Salvini della lettera al Corriere obbliga i suoi alleati a scegliere: o con lui o contro di lui, ponendo Di Maio e Di Battista di fronte alla prima vera prova difficile della loro convivenza.

Presto sapremo, su vari fronti. E comunque il 26 maggio si vota (di nuovo).

salvini

No Salvini, no party

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