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È probabile, secondo molteplici fonti, che gli scontri più rilevanti in Siria cesseranno alla fine di questo anno 2018. Non avranno ancora termine, probabilmente, i piccoli scontri tra le varie etnie e quindi tra i loro referenti esterni; ma il grosso delle azioni armate certamente cesserà, ormai le aree di influenza si sono stabilizzate. Il primo dato che salta agli occhi è che, malgrado tutto, le forze di Bashar al Assad hanno vinto. Tutti gli attori internazionali operanti sul terreno, amici o nemici, non hanno difficoltà a riconoscerlo. Certo, né Bashar né la Russia hanno, da soli, la forza di compiere la ricostruzione del Paese, ma i Paesi occidentali, soprattutto quelli che hanno partecipato alla lotta contro Assad e gli altri, meno presenti, progettano tutti di partecipare alla ricostruzione per influenzare ancora, ma stavolta pacificamente, la Siria. L’inizio militare della vittoria di Assad è stato la campagna di nordovest delle Forze Arabe Siriane dall’ottobre 2017 al febbraio 2018.

Le operazioni contro quelli che gli Usa chiamano “ribelli”, che erano in questo caso l’Isis e Tahrir al Sham, si concentrarono in quel momento nell’intersezione tra le province di Hama, Idlib e Aleppo. È però estremamente difficile, per un esercito regolare, condurre delle operazioni contro organizzazioni guerrigliere ma, comunque, l’Esercito Arabo Siriano di Assad c’è riuscito. La distruzione successiva delle sacche di Isis-Daesh a sud di Damasco, nell’est Ghouta e a Idlib sono state determinanti per stabilire poi una egemonia stabile e indiscussa delle forze di Damasco su tutto il territorio siriano. E, soprattutto, nelle zone tradizionalmente sunnite. Vi è anche la questione di Al-Rastan, l’antica Arethusa sull’Oronte, posta a lato del ponte che unisce Hama e Homs. È stata, fin dall’inizio delle ostilità, una base del jihadismo dei cosiddetti “ribelli”. Altro problema militare è l’apertura del ponte e del passaggio commerciale al confine tra Siria e Libano, Al-Nasib, che è essenziale per gli scambi economici della Siria con la Giordania e i Paesi del Golfo. Prendere il passo di Al-Nasib significa inoltre conquistare la strada tra Deraa e Damasco e la parte verso la Siria del Gebel Druze. Tra la strada Deraa-Damasco e il Golan, la situazione è ancora in gran parte congelata grazie all’accordo, raggiunto dalla Federazione Russa con gli Usa e Israele, in cui Mosca garantiva allo stato ebraico che iraniani e Hezb’ollah non si sarebbero avvicinati fino al limite di 25 miglia (40 chilometri) alla vecchia linea del cessate il fuoco stabilita nel 1973. Poi, malgrado che i rappresentanti della Rojava curda non siano mai stati accettati nelle trattative tra le parti in conflitto, i curdi, già abbandonati dagli Usa, sanno che i territori che loro stessi hanno liberato dall’Isis-Daesh ritorneranno proprio agli arabi sunniti, ma in cambio dell’autonomia dei cantoni, da sempre curdi, di Afrin, Kobane e Qamishli. È poi la Russia che, dalla conferenza di Sochi sul Congresso del Dialogo Nazionale della fine del gennaio scorso, fa accettare dai 1.500 partecipanti dalle varie parti della Siria che ogni area etnica e religiosa, ogni parte della società siriana dovranno essere rispettate e tutelate nella nuova Costituzione; un punto di rottura rispetto alla vecchia tradizione baathista e centralista del regime di Damasco. Ma senza però arrivare al paradosso libanese, ovvero la guerra civile permanente.

Un processo politico, quello previsto da Mosca, in cui gli occidentali ancora presenti sul territorio siriano non hanno avuto alcuna voce in capitolo. Né l’avranno in futuro. Il gioco si farà davvero duro quando si arriverà al momento della ricostruzione. La più importante leva futura dell’influenza esterna sulla martoriata, da sette anni, Repubblica Araba Siriana. La Banca Mondiale valuta il costo della ricostruzione a 250 miliardi. Altre valutazioni, meno ottimistiche, ma più realistiche, pensano che la ricostruzione nazionale siriana arrivi fino a 400 e perfino a 600 miliardi di Usd. La Siria non si sogna nemmeno di avere tutti questi capitali, che pure nemmeno la sola Federazione Russa può certo mettere in gioco da sola. Dopo sei anni dallo scoppio del conflitto, nel 2011, la grande diaspora di businessmen siriani si è ritrovata in Germania, alla fine di febbraio, nel 2017. Da lì è stata fondata la Siba, Syrian International Business Association. Per quanto riguarda la grande ricostruzione siriana, sono già attivi i governi russi, iraniani e cinesi che si sono già assicurati i più grossi contratti nei settori degli idrocarburi, dei minerali, delle telecomunicazioni, delle costruzioni immobiliari e delle reti elettriche. Non ci sono ancora noti investimenti di sorta da parte dei paesi occidentali, che lasceranno ancora in mano ad altri, dopo aver causato l’inconsulta ma cessata “primavera araba” in Siria, il potere economico che pure intendevano acquisire. Investono in Siria, o almeno nelle parti pacificate dove il “califfato” non è più, anche i Brics e paesi come il Libano, l’Armenia, l’Iraq, la Bielorussia e la Serbia. Normalmente, la collaborazione avviene o tramite l’acquisto delle ditte preesistenti in Siria, cosa che avviene ormai ogni giorno, o attraverso collaborazioni bilaterali con imprese siriane. Per quanto riguarda le normative, Damasco sta continuamente modificando le norme riguardo alla struttura delle società operanti, ai permessi di lavoro, alle importazioni, ai trasferimenti di valuta. Una egemonia statuale, nella vecchia tradizione baathista, il vecchio socialismo nazionale siriano (ma anche egiziano) che però si adatta alla struttura dei mercati contemporanei.

Si calcola che le imprese di diritto siriano possano già coprire la metà dei 300 miliardi di Usd che, come abbiamo visto, la Banca Mondiale calcola per l’intera ricostruzione della Siria. Valutazione che sembra ancora, a molti, piuttosto ottimistica. Ci vorranno, comunque, almeno trenta anni per riportare il territorio siriano al livello in cui era prima dell’inizio delle ostilità. Gli Usa e la Ue, con rara improntitudine, stanno già facendo pressioni sul governo di Damasco per avere concessioni economiche e politiche, ma Assad non ha alcuna intenzione di dare spazio ai suoi vecchi nemici. In ogni caso, la ricostruzione siriana avrà la necessità di disporre di almeno 30 milioni di tonnellate di merci per anno dalle linee marittime, mentre gli aeroporti di Latakia e Tartus possono, al massimo, permettere carichi per 15 milioni di tonnellate/anno. I libanesi, da questo punto di vista, si stanno organizzando una Zona Economica Speciale intorno al porto di Tripoli, già adattato dai cinesi al trasporto internazionale di vasti flussi di merci in cargo e containers. Naturalmente, le imprese che andranno a lavorare in Siria dovranno tener conto anche della sicurezza fisica dei loro lavoratori e delle loro sedi, oltre alla necessità di avere relazioni costanti ed attente con le autorità locali. Il regime sanzionistico degli Usa favorisce, peraltro, il progetto di Trump di far cadere il regime siriano tramite la pressione economica, il che renderebbe molto difficile o addirittura impossibile anche il lavoro delle imprese europee in Siria. Ma distruzione economica della Siria per fare cosa? Per puro sadismo? L’attuale politica estera Usa non è imprevedibile, è talvolta folle. Le sanzioni nordamericane riguardano comunque i nuovi investimenti di cittadini Usa in Siria, la riesportazione o la esportazione di beni e servizi verso la Siria, l’importazione negli Stati Uniti del petrolio o del gas siriano, le transazioni operate da non-americani di beni e servizi del regime di Damasco che implichino anche un cittadino statunitense. Altre sanzioni contro la Federazione Russa saranno presto imposte da Trump, per la “tolleranza”, da parte di Mosca, delle sempre più presunte fabbriche di materiali nervini. Certo, il fatto che il regime di Damasco sia certamente il vincitore dello scontro militare, insieme alla Russia e all’Iran, è ormai una certezza.

Ma i siriani lealisti sono ancora male riforniti, sia sul piano militare che su quello civile; e duramente legati all’aiuto esterno, che è determinante anche per la loro sopravvivenza e per il mantenimento della loro superiorità strategica e militare. Senza Mosca e Teheran, Bashar el Assad sarebbe caduto in due mesi dall’inizio della “primavera” siriana, quando la Fratellanza Musulmana, organizzata dagli Usa, manifestava violentemente nelle strade. Quindi, nella stabilità attuale del regime di Damasco, niente deve essere dato per garantito: la cessazione o diminuzione del sostegno russo, il rapido ritorno in patria dei pasdaran iraniani e degli sciiti afghani organizzati da Teheran riporterebbero il potere militare e civile di Bashar al livello di quello del 2011. Comunque, la Siria come stato centralizzato, nello stile sovietico, non esiste più. L’economia centralizzata, nel Paese di Bashar, non c’è ormai più, per l’ottimo motivo che operano, sul territorio di Damasco, quattro poteri militari di primissimo rango internazionale, la Russia, l’Iran, la Turchia e gli Usa. Essi hanno, collettivamente, il controllo di tutte le risorse siriane su cui ormai il governo nazionale siriano non ha più alcun potere. Gli Usa, come è facile immaginare, detengono le riserve petrolifere, attraverso la loro occupazione, tramite i curdi, di Raqqa e dell’area del nord-est. La Turchia detiene una zona nominalmente siriana di circa 2400 chilometri quadrati tra Aleppo e Idlib, nella zona di operazioni dello “Scudo dell’Eufrate”. Russia e Iran detengono, già ora, la maggioranza dei contratti per la ricostruzione, mentre acquisiranno la gran parte del settore pubblico, per ripagarsi delle spese militari in cui sono incorsi per mantenere il regime di Bashar al Assad. Se quindi non ci saranno accordi tra Russia e Usa, ogni area di influenza avrà differenti piani di ricostruzione e sviluppo. Già dagli anni 1945-’58 la Siria era l’obbiettivo di mire espansionistiche che avrebbero comunque frazionato il suo territorio. Le due monarchie hashemite dell’Iraq e della Giordania pensavano di prendere, insieme, il controllo di tutto lo stato siriano; mentre i loro eterni rivali, ovvero l’asse saudita-egiziano, bloccavano le loro mire. La Gran Bretagna e la Francia, ancora potenti in Siria, operavano su di essa tramite i loro referenti arabi.

La Cia collaborava con il dittatore siriano, Husni Zaim. Di origini curde, aveva preso il potere nel 1949 e aveva organizzato un regime non inviso al Baath, una dittatura occidentalizzatrice e vagamente “socialista”. Dopo la caduta di Husni Zaim, la Siria era, come al solito, divisa: la leadership collettiva era detenuta dall’élite urbana sunnita che aveva duramente combattuto i francesi. L’unità della nazione, che era determinante per gli stessi sunniti, stentava però a riunire a sé gli alawiti, i drusi, gli sciiti, e le mille fazioni religiose ed etniche che caratterizzavano la Siria, allora come oggi. L’unione nazionalista tra la Siria e l’Egitto, nata nel 1958 e messa presto in crisi dalla defezione della Siria nel 1961, ebbe il suo colpo di stato baathista-nazionalista nel 1963, con un golpe militare. Emerse subito, tra i militari, Hafez El Assad, il padre dell’attuale leader siriano, che governò la Siria dal 1963 al 2000, l’anno della sua morte. Instabilità a lungo termine, stabilità politica a medio termine. Ecco la Siria, dalla fine del dominio francese ad oggi.

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