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L’amministrazione Trump vuole “creare un clima di rivolta sociale nella popolazione iraniana” e spingerla attraverso la crisi economica ad “operare essa stessa un regime change, rovesciando cioè il potere degli ayatollah”. Così la Civiltà Cattolica, la storica rivista dei gesuiti diretta da padre Antonio Spadaro, commenta nel suo ultimo quaderno (n. 4044) lo status delle relazioni bilaterali fra Stati Uniti ed Iran. In un articolo a firma di padre Giovanni Sale, professore di Storia contemporanea alla Pontificia Università Gregoriana di Roma, viene data una lettura piuttosto tranchant del pacchetto di sanzioni Usa contro Teheran: un escamotage per fomentare un cambio di regime e rivoltare la popolazione contro i governanti. La tesi, che trova il favore di diversi analisti militari ed esperti di geopolitica, è accompagnata da una postilla. Il tentativo di Trump di fomentare un regime change avrà successo? “Improbabile” chiosa la rivista di via Pinciana. “Teheran può sempre far valere a suo favore il patrimonio storico e la forte identità religiosa di matrice martiriale – come certamente farà il prossimo anno per il quarantennale della nascita della Repubblica Islamica – per incitare la popolazione e chiamarla, come è già successo negli anni Ottanta, alla resistenza contro i nemici dello Stato”.

Sale parte da lontano e vuole mettere a fuoco le storiche rivalità nella regione, a partire da quella che divide Iran e Arabia Saudita, troppo spesso spiegata frettolosamente come contrapposizione religiosa fra sciiti-duodecimani e sunniti-wahhabiti, in realtà dovuta alla “forsennata corsa agli armamenti per potenziare la propria difesa interna ed esterna”. Passo passo, il gesuita ripercorre gli eventi che negli ultimi due anni hanno rotto i precari equilibri nella regione. Il discusso abbandono dell’accordo sul nucleare iraniano (Jcpoa) da parte dell’amministrazione Trump, l’inedito e clamoroso riavvicinamento strategico fra Israele e Arabia Saudita, che la sorte vuole allineati nello scontro con i pasdaran iraniani, i pacchetti di sanzioni americane, dirette e indirette, che, dice Sale, colpiscono anzitutto “gli stessi iraniani, già duramente provati da una crisi economica che si protrae da diversi anni”.

La lettura del conflitto offerta dalla Civiltà Cattolica, inattaccabile nella sua accuratezza bibliografica, sembra però voler raccontare solo un lato della storia: quello iraniano. È vero, e qui bisogna dar ragione a Sale: il Medio Oriente è un mondo troppo complesso da ridurre tutto, come tendono a fare alcuni analisti, al bianco e al nero: sciiti vs sunniti, arabi vs persiani, ebrei vs musulmani. Tuttavia nell’articolo gli iraniani appaiono quasi sempre come soggetto passivo, quasi inconsapevole, degli eventi, frutto di un fraintendimento dell’amministrazione Usa. Più di un passaggio dà sostanza al pregiudizio. Washington e Riad sbagliano, dice Sale, a credere che gli iraniani siano divisi e scettici sul governo di Hassan Rouhani. “Chi pensa di colpire il Paese facendo leva sull’eterogeneità etnica della sua popolazione sottovaluta il cosiddetto “genio assimilatore dei persiani”, che sembra prevalere sulle spinte separatiste attivate nei secoli dai nemici dello Stato iraniano, dai russi agli inglesi, fino agli statunitensi e ai sauditi di oggi”.

Sul Jcpoa la presa di posizione dei gesuiti è ancora più netta. A dispetto delle prove fornite dagli israeliani e dal governo americano sulle ripetute violazioni degli accordi sul nucleare del 2015 da parte del governo Rouhani, la rivista ci tiene a precisare che “L’Iran ha collaborato con l’Agenzia Internazionale per l’energia atomica (Aiea), alla quale ha puntualmente consentito l’accesso alle proprie infrastrutture”. Il ritiro dall’accordo e le sanzioni economiche, continua la rivista di Spadaro, “hanno complicato il lavoro di contenimento svolto in questi anni”. E se da una parte viene paventato l’inizio di un “nuovo rovinoso conflitto mediorientale […] che vede tra gli altri (la Russia di Putin in testa), vittorioso il fronte sciita, di cui Teheran ha la guida spirituale”, dall’altra vengono elencate le accuse di finanziamento al terrorismo (Isis, Al Qaeda) che Teheran rivolge ai sauditi, ma non viene fatta menzione delle accuse che sauditi, israeliani e americani muovono all’avventurismo all’estero di Teheran e al suo finanziamento di organizzazioni terroristiche.

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