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La grande manifestazione di ieri a Torno delle 12 Associazioni di categoria che hanno chiesto con forza il rilancio delle opere infrastrutturali strategiche già previste in passato, il completamento della Tav e un cambiamento profondo della manovra economica del governo, finalizzandola realmente e non in termini puramente propagandistici allo sviluppo del Paese, ha rappresentato una prova di forza del “partito del Pil” cui sia Matteo Salvini che Luigi Di Maio hanno risposto con toni fra lo stizzito (del primo) e l’ironico (del secondo).

Ed entrambi, a nostro avviso, commettono un grave errore nel commentare in misura sostanzialmente riduttiva la discesa in campo di coloro che – dopo la precedente adunata pro Tav promossa dalle “madamine” sempre a Torino le scorse settimane – hanno voluto impegnare (questa volta a livello nazionale) le Associazioni rappresentate e le migliaia dei loro iscritti; perciò, non più soltanto semplici cittadini e Organizzazioni datoriali locali del capoluogo piemontese riuniti in massa a Piazza San Carlo per dire sì alla Torino-Lione, ma migliaia di dirigenti e iscritti di ben 12 Associazioni di categoria che convergono sempre a Torino (da tutto il Paese) per ascoltare i loro presidenti che con toni ormai ultimativi chiedono all’esecutivo di non mandare allo sbaraglio un’Italia già avviata, come si teme, sulla strada della recessione, segnalata fra l’altro dall’Istat che già ha consuntivato una contrazione del Pil dello 0,1% nel 3° trimestre dell’anno.

Colpisce in particolare la debolezza dell’affermazione del ministro Salvini il quale ai manifestanti di Torino ha risposto questa mattina a Roma nel corso di una cerimonia pubblica affermando in sostanza “lasciateci lavorare, perché lasceremo un Paese migliore di quello che abbiamo trovato”, senza però entrare minimamente nel merito di quanto ha esplicitamente chiesto ieri a gran voce il presidente della Confindustria Vincenzo Boccia a nome di tutte le Associazioni presenti nel capoluogo piemontese. Colpisce inoltre la risposta di Salvini perché nelle scorse settimane lo stesso leader della Lega aveva affermato che il governo avrebbe potuto invitare le grandi imprese pubbliche ad uscire dalla Confindustria nazionale che, senza l’apporto finanziario di quelle holding, potrebbe avere forti difficoltà nella gestione delle sue attività correnti.

Ebbene, se Boccia nonostante questa minaccia – che ha un suo oggettivo fondamento – ha ritenuto ieri di incalzare con le sue critiche il governo gialloverde, allora vuol dire – e Salvini dovrebbe comprenderlo bene se è, come noi crediamo, un politico accorto – che la situazione sta precipitando e che le aziende, iscritte o meno che siano alle rispettive Associazioni di categoria, non “ne possono più” di provvedimenti e di misure di politica economica e di politiche del lavoro, già assunte o ipotizzate, che rischiano di portare in un baratro l’Italia che produce, compete, rischia, esporta e crea occupazione e ricchezza.

Ed anche se prosegue l’assordante silenzio dei Sindacati confederali sugli obiettivi delle iniziative portate innanzi nelle ultime settimane a livello locale e ormai anche nazionale dal partenariato imprenditoriale – come se la crescita dell’Italia non riguardasse (almeno in questa fase) la dirigenza sindacale – la manifestazione di ieri nelle vecchie Officine torinesi delle Ferrovie dello Stato ha detto chiaramente, non solo a Salvini e Di Maio ma all’intero Paese ed anche all’Unione europea, che il “partito italiano del pil” sta ormai “varcando il Rubicone”, accentuando sempre di più la sua pressione sul governo per ottenere un deciso cambio di passo nella sua politica economica e nella realizzazione delle grandi opere infrastrutturali che servono a raccordare l’Italia e i suoi sistemi produttivi diffusi alle direttrici di comunicazione e collegamento dell’Europa comunitaria.

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