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La ciambella di salvtaggio è pronta ad essere lanciata. Evitare il naufragio di Carige sembra essere ormai un obiettivo piuttosto condiviso dalla politica, dal sistema produttivo e anche dall’Europa. Ora la domanda, anzi, le domande sono: come e a che prezzo salvare la banca genovese finita nelle secche dopo il mancato aumento di capitale da 400 milioni messo in stand by dal principale azionista Malacalza (qui l’articolo di ieri di Formiche.net con tutti i dettagli)?

Le opzioni sono essenzialmente tre e tutte partono da una premessa. Sia l’Europa, che per mezzo della Bce ha preventivamente commissariato l’istituto mettendolo in amministrazione straordinaria, sia il governo italiano saranno chiamati a dirigere e naturalmente supervisionare le operazioni.

Primo, la fusione con un’altra banca più grande e più grossa in grado di colmare il gap di patrimonio lasciato dal mancato aumento. Secondo, il diretto intervento pubblico, stile Mps, con una nazionalizzazione della banca e l’ingresso del Tesoro. Gioco che potrebbe non valere la candela visto il prezzo piuttosto alto che il governo sta pagando su Mps. Terzo, il temutissimo bail in, la risoluzione coatta da mettere a carico di azionisti, correntisti e obbligazionisti.

L’esecutivo sembra ancora una volta indeciso sul da farsi, complici le due anime del governo gialloverde. Il Movimento Cinque Stelle caldeggerebbe per esempio una fusione a costo zero, vale a dire l’ingresso di Mps, partecipata dal Tesoro al 68% dentro il capitale Carige, magari insieme a un altro socio forte, alternativo ai Malacalza. La Lega invece non disdegnerebbe una ricapitalizzazione con denaro fresco pubblico. Ma è tutto da vedere.

Un ex ministro (Bilancio) come Giorgio La Malfa sembra tuttavia avere già le idee piuttosto chiare sul da farsi, avendo bene in testa il punto di caduta di qualunque operazione su Carige. Interpellato da Formiche.net, La Malfa non ha dubbi. “Qualunque cosa succeda quello che non si deve mai dimenticare e dico mai è che il fallimento di una banca ha sempre degli effetti devastanti per non dire imprevedibili sul mercato. Dunque Carige deve essere salvata, in un modo o nell’altro ma non va fatta fallire”. Sì, ma come?

“Se gli attuali azionisti hanno mezzi a sufficienza allora si può procedere con il famoso bail in, con la ripartizione delle perdite e degli oneri. Ma se tutto questo non fosse possibile allora non vedrei nulla di male in un intervento della collettività, per mezzo dello Stato”, spiega l’ex ministro ed economista. “Non sto dicendo che salvare le banche con soldi dei contribuenti è giusto e va fatto ogni volta che un istituto va in crisi, sto dicendo che bisogna evitare il crack, a tutti i costi. E se il salvataggio pubblico è l’extrema ratio, allora sia”.

La Malfa cita per l’occasione uno dei crack bancari più disastrosi di sempre, Lehman Brothers. “Abbiamo visto tutti che cosa è successo negli Usa dopo Lehman. Effetti sul mercato, effetti sistemici. Anche in Italia si pagherebbe un prezzo alto e di lungo periodo nel caso di un default di una grossa banca. Per questo rimango fermo sulla mia opinione: i responsabili, qualora ve ne siano, debbono pagare per eventuali colpe commesse ma, da un profilo prettamente finanziario, la banca va salvata, con tutti i mezzi possibili”.

Carige

Carige, bail in o Stato azionista (purché funzioni). La versione di La Malfa

La ciambella di salvtaggio è pronta ad essere lanciata. Evitare il naufragio di Carige sembra essere ormai un obiettivo piuttosto condiviso dalla politica, dal sistema produttivo e anche dall'Europa. Ora la domanda, anzi, le domande sono: come e a che prezzo salvare la banca genovese finita nelle secche dopo il mancato aumento di capitale da 400 milioni messo in stand by…

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