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Nel festival delle mancate promesse Luigi Di Maio avrebbe, da tempo, conquistato la palma d’oro. L’ultima trovata riguarda le pensioni di cittadinanza. “Tutti i pensionati minimi che oggi sono in difficoltà avranno una pensione minima di 780 euro a partire da febbraio”: ha ribadito, con la solita sicumera, nel corso dell’intervista rilasciata a Porta a Porta su Rai Uno. Stando, almeno, a quanto riportano le agenzie.

Buttiamo, allora, qualche cifra. Nel 2015 (oggi saranno di più), secondo l’Inps, i pensionati che percepivano una rendita, inferiore ai 499 euro al mese erano 2.038.627 (Statistiche in breve – Ottobre 2016). Per soddisfare una simile promessa, occorre trovare una somma pari, come minimo (ma la cifra sarà ancora maggiore), a 572.854.187 euro mensili. Che moltiplicata per 12 (partenza a febbraio) fa 6.874.250.244 euro. Per divenire a regime, calcolando anche la tredicesima, 7.420.602.280 di euro. Questa promessa assorbirebbe, pertanto, quasi per intero il Fondo relativo al salario di cittadinanza, che dovrebbe mettere fieno in cascina per circa 9 miliardi. Non considerando i tagli che si renderanno necessari per venire incontro alle richieste di Bruxelles.

Come possa verificarsi questa moltiplicazione dei pani e dei pesci, a meno che il giovane leader dei 5 Stelle, non abbia particolari entrature in paradiso rimane un mistero. Assisteremo, quindi, quanto prima, con febbraio alle porte, al momento della verità. Scadenza che, evidentemente, non impensierisce chi è abituato a gettare il cuore oltre l’ostacolo. Si può forse dimenticare la scena sul balcone di Palazzo Chigi? Quelle dita, nel segno di Churchill, levate verso il cielo, nell’annuncio dell’inizio della grande battaglia contro l’ottusa burocrazia di Bruxelles. La “manovra del popolo” che levava le ancore verso un radioso avvenire, nel tripudio di militanti e portavoce dei cittadini.

Mai tanto giubilo fu così inopportuno. Da allora è stato tutto un rinculare, sotto la minaccia di una procedura d’infrazione. Mentre la Camera dei deputati si trastullava con una manovra senza senso. In attesa di una “sofisticata” mediazione, affidata alle cure del presidente del consiglio, Giuseppe Conte, dopo aver completamente esautorato (caso più o meno unico nella storia del Paese) il ministro dell’economia Giovanni Tria, colpevole di aver individuato, fin dall’inizio, quale doveva essere il punto di caduta di ciò che l’Italia poteva o non poteva permettersi. Nel frattempo, tuttavia, spread alle stelle, caduta della borsa, stretta nel credito alle imprese e, di conseguenza, gelo nel ritmo di sviluppo complessivo. Un passo dalla possibile recessione.

In un’altra epoca, sarebbe bastato molto meno per imporre a qualsiasi ministro un bagno di realtà. Per costringerlo a cadenzare il passo della gamba con evitare di sognare ad occhi aperti. Ma così non è stato. Al contrario, di fronte alle mille difficoltà quotidiane, Di Maio conosce solo la tecnica del rilancio. I soldi per il salario di cittadinanza non ci sono? Ed allora raddoppiamo la posta, nemmeno fossimo alla roulette, sperando che esca il rosso, per ripianare le perdite subite. Arte del governo? Più dell’avventura. Preludio, tuttavia, nell’inevitabile sconfitta, quando la Commissione europea, a giorni, calerà l’asso. Riduzione consistente delle ipotesi di deficit o procedura d’infrazione. Prendere o lasciare.

“Arriveremo a non capire più chi siamo – dice Beppe Grillo – dove siamo e cosa facciamo: è esattamente quel che sento io oggi della politica italiana”. Poi aggiunge, passando al collettivo: “Non sappiamo dove andiamo, cosa facciamo è cosa stiamo pensando. Aspettiamo questo Godot”. Se il garante del Movimento non riesce a decifrare i comportamenti dei personaggi cui ha delegato il bastone di comando, figuriamoci noi: poveri cristi.

Di Maio

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