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Il fallimento del referendum è totale, indiscutibile e inappellabile. Punto. Aggiungere altro, su questo fronte, appare oltre che inutile, vagamente imbarazzante. La città ha ignorato del tutto il quesito sull’Atac, ritenendolo evidentemente superfluo, senza neanche entrare nel merito.

L’ovvio, però, non può bastarci. Sostenere, infatti, che ai romani la gestione dell’Atac vada bene così com’è apparirebbe quantomeno temerario. Allora, proviamo a spiegare questa indifferenza, questa abulia. Innanzitutto, la storia dei referendum consultivi, in Italia, non è esattamente gloriosa: il più delle volte affogano nella scarsissima informazione e nella conseguente, inevitabile indifferenza generale. Questo è un aspetto da tenere sempre ben presente. Poi, nel caso specifico della consultazione sull’Atac, credo valga la pena interrogarsi sull’atteggiamento di Roma e dei romani. Il fatalismo è una brutta bestia. Può essere anche un’arma, nei momenti più bui della storia, quando il muro di gomma può aiutarti a resistere all’infierire degli uomini e della sorte. Nel quotidiano, però, porta all’assuefazione al peggio. A ritenere, sotto-sotto, che nulla possa essere mai cambiato, tantomeno grazie all’intervento diretto dei cittadini. Il fatalismo corrode le coscienze civiche, quando ci sono, e non le fa maturare, quando sono ancora bambine.

Non siamo così ingenui da credere che una maggiore affluenza alle urne avrebbe magicamente mutato una certa insofferenza romanesca per l’ordine e la programmazione. Avrebbe, però, certamente mandato un segnale a chi ha l’immane compito di amministrare una città, che sembra crogiolarsi nell’immagine di una comunità anarcoide e strafottente, troppo ricca di storia e bellezza, per occuparsi delle miserie di tutti i giorni.

I segnali sono importanti e Roma ieri ha scelto lucidamente di non mandare alcun segnale. Forse ancora troppo distratta dalle vicende personali del sindaco (me ne sono già occupato su Formiche.net ieri), certamente poco coinvolta da un’informazione disinteressata a temi così poco polemici, la capitale non ha trovato tempo, per andare alle urne e dare una mano a se stessa.

Prendiamone atto e ragioniamo. Il parallelo con la piazza ribollente di passione civile di Torino può non essere del tutto calzante, ma va fatto. Ogni santissimo giorno, i romani passano ore intere a maledire il sistema di trasporto pubblico della propria città, ben più impattante sulla vita dei cittadini, rispetto a quanto abbiano influito i cantieri della Tav sui valsusini. Eppure, nulla sembra poter intaccare l’apatia e il fatalismo. Stiano attentissimi gli amministratori capitolini di oggi: è l’atteggiamento psicologico che ha portato storicamente i romani a cercare un colpevole, per scagionare se stessi. La lista è lunga, con accenti diversi, da Rutelli, ad Alemanno a Marino. E c’è ancora molto posto.

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Il fallimento del referendum è totale, indiscutibile e inappellabile. Punto. Aggiungere altro, su questo fronte, appare oltre che inutile, vagamente imbarazzante. La città ha ignorato del tutto il quesito sull’Atac, ritenendolo evidentemente superfluo, senza neanche entrare nel merito. L’ovvio, però, non può bastarci. Sostenere, infatti, che ai romani la gestione dell’Atac vada bene così com’è apparirebbe quantomeno temerario. Allora, proviamo…

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