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Evitiamo di farla tanto lunga, visto che abbiamo poca passione per la retorica e per gli inutili giri di parole. La vicenda Tap si conclude nell’unico modo possibile, nell’unico modo serio, nell’unico modo utile all’Italia.

L’infrastruttura energetica si fa perché serve all’Europa, perché diversifica le fonti di approvvigionamento con effetti positivi di carattere economico e geopolitico, perché rende l’Italia credibile davanti al mondo.

Possiamo anzi dire di più in proposito: questo esito è chiaro e noto a tutti i membri del governo sin dal primo giorno, come testimoniano le parole usate dal premier Conte a Washington nel mese di luglio: “Un’opera strategica per l’approvvigionamento dell’Italia e del sud Europa”.

Non c’è mai stato un solo minuto in cui questo esito è stato in dubbio, non c’è mai stato un serio colloquio a livello internazionale in cui si è fatta strada una soluzione diversa.

Però è vero che la vicenda ha avuto un travagliato parto politico, figlio essenzialmente delle scellerate promesse fatte in campagna elettorale dal M5S.

Ecco allora la questione più importante che emerge tra gli ulivi di Puglia e la spiaggia di San Foca (nel cui entroterra sarà costruito il terminal Tap): è il M5S in grado di diventare forza credibile di governo sotto la guida del suo attuale leader Luigi Di Maio?

Riesce cioè al giovane ministro e vice premier il capolavoro di trasformare un poderoso movimento di protesta (nato con il VaffaDay di Bologna del 2007) in un soggetto politico capace di dire anche qualche “sì”, per giunta in continuità con scelte avviate da precedenti amministrazioni?

Questo il nodo della questione, questo il dilemma che palesemente attanaglia lo stesso Di Maio. Il ministro infatti appare dilaniato ogni giorno, immerso in un tira e molla che pare pessimo viatico per portare a casa un risultato decente (per lui, per il Movimento e pure per noi tutti). Di Maio annaspa alla ricerca di un rinvio dietro l’altro, di una scusa oggi più forte di quella di ieri.

Ha preso tempo sull’Ilva, annunciando sfracelli per poi finire con un accordo (saggio) non molto diverso da quello impostato da Calenda.

Ha preso tempo su Tap, scatenando in improvvide dichiarazioni il ministro Lezzi e lasciando vive le speranze degli oppositori locali (compreso il presidente della Regione Puglia), salvo poi capitolare intorno al tema della “penale” (che tale non è), argomento noto anche ai sassi fin dal primo giorno. Insomma ha tirato a campare, sperando non si capisce bene in che cosa.

Così facendo però egli resta prigioniero di una morsa d’acciaio, che vede da un lato la Lega di Salvini, ormai interlocutore privilegiato di tutti gli attori economici importanti e dall’altro i movimentisti senza macchia e senza paura (a cominciare dal mitico Di Battista) che ora fanno di tutto per metterlo in difficoltà.

Scelga Di Maio, se non vuole finire male, la strada della responsabilità di governo a viso aperto, evitando di dire “questo” mentre invece ha già in mente di fare “quello”. E la smetta di considerare il “no” la più bella parola del mondo (si al Tap, ma allora subito no alla Tav).

Lo insegnano da sempre anche i maestri di tennis: si gioca a fondo campo o a rete. Se ti metti in mezzo finisci preso a pallate. Proprio quello che sta ora accadendo a Luigi Di Maio.

Di Maio, il Movimento e l'esame di maturità

Evitiamo di farla tanto lunga, visto che abbiamo poca passione per la retorica e per gli inutili giri di parole. La vicenda Tap si conclude nell’unico modo possibile, nell’unico modo serio, nell’unico modo utile all’Italia. L’infrastruttura energetica si fa perché serve all’Europa, perché diversifica le fonti di approvvigionamento con effetti positivi di carattere economico e geopolitico, perché rende l’Italia credibile…

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