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Secondo la legge internazionale, questo dovrebbe essere per la Siria un periodo dedicato all’intervento umanitario. Questo, almeno, nello spirito della risoluzione approvata dal Consiglio di Sicurezza dell’Onu alla fine del mese scorso: trenta giorni di cessazione di ogni ostilità, per permettere alle agenzie internazionali e alle ong di soccorrere e sostenere i tanti che ne hanno bisogno.

Un provvedimento, quello del palazzo di Vetro, preso sull’onda del caso della Ghouta orientale, l’enclave a est di Damasco che resiste fieramente alla riconquista da anni e che da metà febbraio è sotto assedio da parte delle truppe governative sostenute dall’aviazione russa. Della tregua, si è pensato, avrebbero beneficiato soprattutto i circa 400 mila residenti, che da anni sono trincerati in questo sobborgo di Damasco e resistono alla morsa dell’esercito di Assad, che per riavere l’ambita preda è ricorso ad ogni mezzo, persino le armi chimiche nel famigerato attacco del 2013.

Dovrebbe regnare la pace, insomma, in questo momento a Ghouta e in tutta la Siria. E invece la guerra infuria più che mai. Da Sud a Nord. Assad non ha minimamente preso in considerazione la risoluzione Onu e continua la sua operazione volta a mettere in ginocchio l’enclave ribelle alla periferia della sua capitale. Ha cominciato venti giorni fa con manovre di accerchiamento nell’area rurale, di cui Damasco ha ripreso ormai il controllo, mentre incessanti raid aerei prendevano di mira le zone più centrali controllate dai ribelli. In mezzo, una popolazione indifesa che ha pagato un tributo elevatissimo: 70 morti e 344 feriti al giorno, nel conteggio fatto da Medici Senza Frontiere che dal 18 febbraio arriva fino al 3 marzo.

Adesso, l’accerchiamento del nucleo centrale della Ghouta orientale è completo. I lealisti hanno diviso l’area in tre parti. Douma, Harasta e il Sud. Pare che la morsa governativi si stringerà anzitutto su Douma, che secondo l’Osservatorio siriano per i diritti umani è completamente isolata. Gli aerei continuano a sganciare anche in queste ore il loro carico di morte, riferisce un corrispondente di Afp. Se tutto proseguirà in questa direzione, ci sarà presto un ancor più cospicuo bagno di sangue a Ghouta Est.

Ghouta non è però l’unica zona della Siria dove le armi dovrebbero tacere. Più a nord, prosegue imperterrita l’operazione “Ramoscello d’Olivo” lanciata il 20 gennaio scorso dalla Turchia nel cantone di Afrin, imbarcando con sé una pattuglia di formazioni siriane ribelli alleate. Anche Erdogan ha fatto spallucce davanti alla risoluzione Onu. Il suo obiettivo è d’altronde noto da tempo e non tiene conto di simili dettagli: Afrin va mondata dalla presenza dell’Ypg, i miliziani curdi che controllano il territorio da anni, nonché il partito di cui sono l’espressione, il Pyd accusato di essere il gemello siriano del Pkk turco, la formazione considerata terroristica da Turchia, Europa e Stati Uniti.

Nelle ultime settimane, l’iniziativa militare di Ankara è entrata in una seconda fase, che punta alla conquista dei centri urbani. L’obiettivo finale resta quello: la città di Afrin. Solo oggi l’Esercito siriano libero (Fsa), formazione alleata di Ankara, ha conquistato quattro nuovi villaggi urbani a pochi chilometri dalla destinazione finale: Qurt Qulaq, Kafr Rum, Zamalqah, Maryamayn. Ieri la diga di Maydanki, 12 chilometri a nord di Afrin, è stata conquistata dai turchi. L’infrastruttura è di elevata rilevanza strategica, poiché garantisce l’approvvigionamento di acqua ad Afrin.

Pochissimi chilometri – appena quattro, secondo l’Osservatorio siriano per i diritti umani – separerebbero ora i contendenti. Se nessuno farà desistere Erdogan, se le telefonate che arriveranno al sultano da Washington, Mosca, Parigi non sortiranno alcun effetto, si profila una battaglia urbana lunga e cruenta, in cui ambedue i contendenti si giocheranno l’onore.

Il clima in Turchia è di vittoria annunciata. La caduta di Afrin “è imminente, ha detto Erdogan, sottolineando che la città è “accerchiata” e “potremmo entrare in qualunque momento”. Nell’orgia di propaganda in cui si consuma la guerra di Erdogan contro l’Ypg arrivano anche i dati sui terroristi “neutralizzati” sinora dalle forze turche. Sarebbero 3.195, fa sapere lo Stato Maggiore della Difesa turco.

Se qualcuno cerca le prove dell’irrilevanza dell’Onu, vada in Siria.

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